Gianrico Carofiglio, nella sua riflessione sul superfluo, pone una domanda che riguarda il futuro della democrazia: quale società vogliamo costruire, se ricchezze immense convivono con persone che non possono permettersi l`indispensabile? Non è una battaglia contro la ricchezza. È una battaglia per la libertà di chi rischia di non avere più la possibilità di scegliere. Due sue proposte meritano un confronto serio: una tassazione sui grandissimi patrimoni, senza colpire il ceto medio, e un Fondo nazionale contro gli imprevisti della vita, perché una malattia o una spesa improvvisa non trasformino una famiglia che lavora in una famiglia povera. Sono idee che parlano ai giovani, a chi non eredita patrimoni, a chi chiede di costruire il proprio futuro. La libertà non può dipendere dal reddito della famiglia nella quale si nasce. Ma questa riflessione conduce a una questione ancora più grande. Viviamo una rivoluzione tecnologica che la politica fatica a governare. L`intelligenza artificiale cambia lavoro, produzione e conoscenza e concentra poteri immensi nelle mani di chi controlla dati, algoritmi e capacità di calcolo. Il progresso tecnologico avanza anche senza di noi. Il progresso sociale, invece, non avanza da solo: ha bisogno della politica. È la sfida del nostro tempo: trasformare l`innovazione in libertà, uguaglianza e opportunità. Impedire che una straordinaria crescita tecnologica produca una società ancora più ingiusta è la missione di una sinistra moderna e di un`Europa che, dopo essere stata potenza del diritto, deve diventare anche potenza della capacità: decidere, investire, produrre conoscenza e governare le trasformazioni. Ecco perché trovo paradossale che, mentre cambia la natura stessa del potere, una parte del centrosinistra cerchi risposte negli equilibri di ieri. Federatori, garanti, candidature rassicuranti, vecchie formule sotto nuove insegne. È questa la rottura politica aperta da Elly Schlein nel Partito Democratico. Dopo il 2022 non abbiamo semplicemente cambiato segretario. Abbiamo ricostruito un`identità, riportando al centro lavoro, salari, sanità pubblica, scuola, diritti e disuguaglianze, senza rinunciare alla vocazione di governo e alla responsabilità dell`unità. Quattro anni fa non esisteva un`alleanza progressista. C`erano le macerie di una sconfitta. Oggi non siamo davanti a un`alleanza da inventare. Siamo davanti a un progetto da completare, di cui il Pd si fa garante come perno di una coalizione, alternativa alla destra, che ambisce a governare il Paese. Dobbiamo, piuttosto, fare i conti con una stagione nella quale la governabilità è stata troppo spesso confusa con la disponibilità a governare con chiunque. Lo dico anche per responsabilità generazionale. Ho votato tre governi di larghe intese, nati in condizioni difficili e capaci di garantire stabilità parlamentare. Ma quelle esperienze hanno reso meno riconoscibili le alternative e finito per alimentare l`idea che governare significasse soltanto amministrare l`esistente. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: la destra nazionalista è arrivata al governo. La sinistra non deve avere paura di governare. Deve avere paura di governare senza cambiare. Per questo l`unità del centrosinistra deve diventare un patto politico e sociale che dica agli italiani cosa cambierà: salari più alti, risorse per sanità e scuola pubbliche, fisco più giusto, diritto alla casa e autonomia per i giovani, investimenti nella conoscenza. Schlein ha indicato una direzione: una sinistra riconoscibile e una coalizione larga, senza rinunciare alla propria identità. Sarebbe imperdonabile interrompere questa trasformazione quando possiamo farne un progetto di governo. Quattro anni di governo Meloni hanno mostrato l`idea di società di questa destra: nazionalismi come risposta alle paure, sintonia con Trump e con il potere dei grandi miliardari, anziché una politica capace di governare il progresso e ridurre gli squilibri sociali. E mentre prometteva stabilità, ha visto crescere al proprio interno una nuova radicalizzazione, fino alla rottura di Vannacci. La domanda di Carofiglio, in fondo, è anche la nostra: quale società vogliamo diventare? Una società nella quale il futuro dipenda dalla ricchezza ereditata, oppure una democrazia capace di distribuire opportunità e governare il progresso? Non possiamo affrontare la più grande trasformazione del nostro tempo restaurando la politica del passato. Il futuro non aspetterà che abbiamo finito di discutere di ieri. Tocca a noi costruirlo, insieme.


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