Ci sono momenti nei quali la politica deve avere il coraggio di guardare oltre la cronaca e oltre le polemiche del giorno. Questo è uno di quei momenti.
Mentre il governo continua a dividere il Paese e ad alimentare ogni giorno nuovi conflitti, c’è chi vorrebbe trascinare anche il centrosinistra in una competizione permanente fatta di distinguo, veti, polemiche e contese identitarie. Sarebbe il regalo più grande che potremmo fare a Giorgia Meloni.
La destra non aspetta altro. Ogni giorno prova a spostare l’attenzione sulle differenze dell’opposizione per nascondere il proprio fallimento sulle questioni sociali, sull’economia e sulla politica estera. Ma gli italiani non arrivano alla fine del mese discutendo delle polemiche tra i partiti. Gli italiani fanno i conti con un costo della vita che continua a crescere, con i carburanti tornati a livelli insostenibili, con bollette che pesano sui bilanci familiari, con salari che non recuperano il potere d’acquisto, con imprese in difficoltà e con una sanità pubblica sempre più vicina al collasso, dove milioni di persone rinunciano a curarsi o sono costrette a rivolgersi al privato. È questa l’emergenza nazionale. È su questo che dovrebbe misurarsi ogni forza politica.
Noi quella lezione l’abbiamo già pagata. Le divisioni del campo progressista hanno consegnato quattro anni fa Palazzo Chigi alla destra. Ripetere lo stesso errore sarebbe una responsabilità che nessuno potrebbe giustificare davanti agli italiani.
Il nostro avversario non è chi condivide il cammino per costruire l’alternativa. Il nostro avversario è una destra nazionalista che ha impoverito il Paese, ha fermato una vera politica industriale, ha accentuato le disuguaglianze, ha piegato troppo spesso il Parlamento alle esigenze della propaganda e ha progressivamente ridotto il peso dell’Italia nello scenario internazionale.
I nazionalismi hanno dimostrato ovunque i loro limiti. Hanno promesso sovranità e hanno prodotto dipendenza; promesso forza militare e prodotto isolamento. Promesso sicurezza e hanno lasciato l’Europa più fragile davanti alle guerre, alle crisi energetiche, ai dazi e alle grandi trasformazioni dell’economia globale.
L’Italia di Meloni ne è la dimostrazione. La promessa di rendere il nostro Paese protagonista si è tradotta troppo spesso in una rincorsa alle scelte dell’amministrazione Trump, rinunciando a quella autonomia politica che dovrebbe caratterizzare uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea. È il risultato di una cultura nazionalista che ha preferito gli slogan alla costruzione di un’Europa più forte, più unita e più autonoma. È la stessa cultura che ha trovato nelle parole d’ordine di Vannacci non un incidente di percorso, ma una delle sue manifestazioni più evidenti.
Per questo il centrosinistra ha un dovere storico: costruire una proposta che unisca, non che divida. Prima viene il programma, costruito insieme e confrontandoci con il Paese. Poi verranno gli strumenti più efficaci per individuare la leadership più forte e più unitaria, attraverso le primarie se saranno condivise o con ogni altra scelta capace di tenere insieme la coalizione. Mai il contrario.
Noi vogliamo un’Italia protagonista di un’Europa più forte e più unita; un’Italia che investa nella conoscenza, nella ricerca, nella scuola, nella sanità pubblica, nel lavoro di qualità, nella giustizia sociale, nella transizione ecologica e digitale, nella sicurezza fondata sulla cooperazione europea e sul rispetto del diritto internazionale.
A chi, dentro e fuori il centrosinistra, continua ogni giorno a scommettere sulle divisioni, rispondiamo con una scelta diversa. Non ci interessano le rendite personali, le polemiche di giornata o le convenienze di parte. Ci interessa costruire un’alternativa credibile per liberare l’Italia dall’immobilismo di questo governo.
Le destre si battono costruendo fiducia. Si battono con un programma condiviso. Si battono unendo culture politiche diverse attorno a un’idea di futuro.


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