Nella sua ultima legislatura da senatrice, Emma Bonino fu vicina di banco dell`ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, vecchia scuola democristiana. Due mondi che nacquero opposti, ma che nel tempo hanno trovato tante cose in comune: quelle fondamentali.
Qual è la prima immagine di Emma Bonino che le viene in mente?
«Per me la sua vita pubblica si divide in due fasi. La prima è quella delle battaglie radicali sull`aborto, il divorzio, le droghe leggere, con un anticlericalismo forte e un antagonismo esasperato verso la tradizione da cui provenivo, la Dc. Era una Bonino che vedevo da lontano e da cui mi divideva moltissimo. Poi c`è quella che ho conosciuto quando avevo maggiori responsabilità politiche: con lei ho avuto una sintonia totale. Penso alle battaglie per l`Europa, il multilateralismo, la difesa del Parlamento contro il giustizialismo, ad esempio ai tempi di Mani pulite. E poi la Bonino commissaria europea, ministra degli Esteri, parlamentare».
C`è una battaglia della prima Bonino sulla quale ha cambiato almeno in parte giudizio?
«Solo gli sciocchi non cambiano giudizio. Io ho settant`anni, Bonino ne aveva 77: possiamo avere ancora le idee dei nostri vent`anni? Sul fine vita, sull`accanimento terapeutico, i progressi scientifici ci pongono davanti a domande inedite. Lo stesso vale per la sessualità e l`omosessualità. Le mie posizioni, un tempo più dogmatiche, sono state messe a dura prova da una cosa che si chiama vita. Vivendo si incontrano esperienze e persone che fanno vacillare le proprie certezze; se non accade, c`è ottusità, integralismo. Ho sempre pensato che nell`avversario ci sia un frammento di verità, oggi lo penso molto più di ieri. Il bene e il male non stanno tutti da una parte».
Disobbedienza civile, scioperi della fame, provocazioni: quella politica radicale ha contribuito a cambiare il Paese ed è ancora valida?
«Tutte le minoranze che vanno controcorrente arricchiscono la vita democratica. Bonino e Pannella sono riusciti a essere minoranze capaci di cambiare le opinioni delle maggioranze. Se oggi Bonino viene celebrata quasi come un padre della patria è perché quelle battaglie, anche scomode, hanno inciso più di intere maggioranze. Hanno commesso anche errori: il più grande fu sposare il giustizialismo contro Leone, una delle grandi indecenze della vita pubblica italiana. Ma ebbero l`onestà intellettuale di chiedere scusa».
Bonino muore mentre molte delle idee per cui si è battuta sembrano arretrare, addirittura si torna a parlare di patriarcato.
«Se ne va mentre l`Europa è duramente messa in discussione e le organizzazioni multilaterali, di cui era una testimone indefessa, vengono quasi considerate inutili. Pur essendo filoamericana, era fortissimamente anti-Trump perché Trump smantella concetti per lei fondamentali: multilateralismo, solidarietà atlantica, rispetto reciproco tra Stati Uniti ed Europa. La Corte penale internazionale fu una grande battaglia radicale: oggi anche quella costruzione viene umiliata. Nei momenti di grande disorientamento ci si aggrappa alle grandi testimonianze. Lo dico da democristiano e cattolico: Bonino ha dato una grande testimonianza di sé e oggi le viene riconosciuta a 360 gradi. Non possiamo vivere di nostalgia, ma delle grandi personalità della Repubblica bisogna coltivare la memoria. Consiglierei di rivedere i suoi ultimi interventi parlamentari: sono manuali di buona politica».
I radicali hanno vinto molte battaglie senza costruire una forza politica radicata. È stato il loro limite?
«Il leader politico del mondo radicale è stato Pannella, uomo di grandissime qualità ma con una concezione molto personalistica del partito. Questo lo portò anche in rotta di collisione con Bonino, quando lei divenne una donna delle istituzioni. Lo spontaneismo radicale da una parte ha tenuto viva quell`esperienza, dall`altra ha impedito che si radicasse come un partito tradizionale. Ma io non vedo Bonino come leader partitica: faceva soprattutto battaglie d`opinione, non la vedo appassionata di tesseramenti».
Nel 1976 Bonino accusò gli uomini di non aver mai avuto «la pazienza di ascoltare il discorso femminista nel suo complesso»: 50 anni dopo, da uomo e da padre, pensa di aver avuto quella pazienza?
«Credo che tutti dobbiamo fare autocritica su un difetto di pazienza. Ma Bonino è stata anche una femminista che ha sempre rifiutato certi meccanismi di tutela delle donne, come le quote. Le preferenze se le andava a prendere. È una delle ragioni per cui ciascuno può riconoscere una parte di sé in lei: Bonino sfugge alle categorie. Era un`anticonformista, femminista come poche altre e allo stesso tempo contraria alle quote rosa».