Nessuno, in questo momento, ha le prove. Ma i segnali sono tanti, e inquietanti. Quello che Volodymyr Zelensky ha detto nella sua intervista al Corriere della Sera è noto da tempo: la Russia combatte una guerra ibrida contro i Paesi europei. La domanda, semmai, è se stia intensificando le sue azioni contro l’Italia.
Anche per questo, come ha invitato a fare il presidente Mattarella, occorre «un’analisi intelligente e approfondita» sui fatti di Milano. Il capo dello Stato non ha fatto alcun riferimento alla Russia, ma colpisce l’attenzione con cui Mosca ha seguito gli eventi di questi giorni.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha descritto i disordini in Italia e Francia come il segno di una crisi che rasenta il caos. L’ideologo nazionalista Aleksandr Dugin è arrivato addirittura a esultare per quanto accaduto. Non è la prima volta che dagli ambienti vicini a Putin arrivano attacchi all’Italia per il suo sostegno all’Ucraina. Ma questa volta al centro della narrazione russa c’è il caos sociale nelle nostre città.
Nessuno immagina uomini guidati da Mosca in piazza a guidare i disordini. Il sospetto riguarda piuttosto una possibile regia online, capace di alimentare, orientare e amplificare tensioni già esistenti. Fa specie la rapidità con cui certi messaggi si sono propagati in rete, così come la comparsa, alla vigilia delle devastazioni, di sigle fino ad allora sconosciute.
Del resto, l’obiettivo della guerra ibrida russa è noto: cavalcare ogni forma di malessere sociale, esasperare le contrapposizioni, alimentare la sfiducia nelle istituzioni. Convincere i cittadini che le democrazie occidentali non siano più in grado di risolvere i loro problemi. Che ogni tentativo di cambiamento sia inutile, che il sistema sia irriformabile. Seminare il caos per indebolire le società dall’interno, comprometterne la coesione e, con essa, la capacità di reagire alle sfide esterne.
È una strategia che conosciamo da almeno dieci anni. Già con la Brexit emerse il problema delle interferenze russe. Da allora, però, gli strumenti sono diventati enormemente più potenti e invasivi. Bot, algoritmi e intelligenza artificiale consentono di costruire mondi paralleli che non comunicano tra loro, ma si alimentano reciprocamente nell’ostilità. Il risultato è una società sempre più frammentata, nella quale diventa difficile persino riconoscere i fatti su cui confrontarsi.
E c’è un’altra ragione per essere preoccupati. L’Italia si avvicina a una nuova stagione elettorale. Quale momento migliore per esasperare le divisioni, alimentare la sfiducia e provare a condizionare il confronto democratico?
Per questo l’attenzione deve essere massima. Occorre capire cosa sia realmente accaduto a Milano e mettere in campo strumenti capaci di individuare e contrastare eventuali interferenze nei prossimi mesi. La sola narrazione securitaria del governo Meloni rischia di non cogliere la dimensione più insidiosa del problema.
Le violenze vanno condannate, senza esitazioni. Ma la difesa della democrazia non consiste soltanto nel garantire l’ordine pubblico.
Significa anche proteggere il dissenso dalle manipolazioni, impedire che le nostre divisioni, reali e legittime, diventino un’arma nelle mani di chi vuole un’Europa più fragile, più litigiosa e meno libera.