Il fallimento delle strategie sul Mediterraneo
Caro direttore, la missione dell`Unione Europea Triton avrebbe dovuto rappresentare «la soluzione per fermare gli sbarchi»: ma, almeno per ora, «l`operazione non ha dato i risultati sperati» (Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera, 28 dicembre).
I migranti sbarcati fino al 31 ottobre del 2014, alla vigilia dell`entrata in vigore di Triton, sono stati 153.389. Dal i novembre sono approdate sulle nostre coste oltre 16 mila persone, confermando nella sostanza l`andamento dei flussi dei mesi precedenti. E che non ci saremmo trovati di fronte a un crollo del numero di arrivi, lo aveva sottolineato il capo di Stato maggiore della Marina, De Giorgi, nel corso dell`audizione presso la commissione Diritti umani del Senato lo scorso 9 dicembre. Confrontando gli sbarchi avvenuti nel novembre 2013 (Mare Nostrum in corso) con quelli dello stesso mese del 2014, si registra un aumento del 485%.
Il dato smentisce ancora una volta l`addebito mosso a Mare Nostrum: quello di aver rappresentato un fattore d`attrazione per i profughi, quando è evidente che ci troviamo di fronte a un fenomeno di portata globale, dipendente da altre e assai più profonde radici, e non destinato a esaurirsi ín tempi brevi.
Questa in sintesi, la differenza tra le due operazioni: se Mare Nostrum era destinata alla sorveglianza in alto mare e al soccorso umanitario, Triton si limita al controllo delle frontiere dell`Ue. Ciò lascia irrisolti alcuni nodi essenziali: il presidio oggi attuato dalla Marina italiana nella «fase d`uscita da Mare Nostrum», pur se notevolmente ridotto, ha permesso di salvare a novembre oltre 4 mila persone, a cui si aggiungono altre 5 mila intercettate e tratte in salvo dalla Guardia costiera e dai mercantili, coordinati all`interno dell`operazione Triton. Ma questi ultimi interventi non prevedono il sistema di controllo svolto da Mare Nostrum dal punto di vista sanitario e della sicurezza.
La scelta del governo di affidarsi a una strategia condivisa a livello europeo, dunque, rischia di rivelarsi remunerativa solo sul piano economico. E quel risparmio potrebbe vanificarsi dal momento che restano totalmente inalterate le cause profonde dei flussi di profughi. Rispetto a essi, l`unica prospettiva realistica è, come scrive ancora Sarzanini, «regolarli anziché subirli» attraverso «l`apertura di centri di accoglienza in Nord Africa». Il che corrisponde a un progetto da tempo elaborato e sul quale ho avuto modo di scrivere anche su queste colonne (Corriere, 4.11.2013).
Già oltre un anno fa, proponevo insieme al sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini un piano di ammissione umanitaria. Ovvero una strategia a livello europeo di anticipazione/ avvicinamento della richiesta di protezione internazionale in quei Paesi dove i movimenti di profughi si formano o transitano: Giordania, Libano, Egitto, Algeria, Marocco, Tunisia e, se e quando mai sarà possibile, Libia. In essi vanno istituiti presidi a opera della rete diplomatico-consolare dei Paesi dell`Unione e del Servizio europeo per l`azione esterna, insieme all`Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), all`Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) e ad altre organizzazioni internazionali. Presidi dove i profughi vengano accolti temporaneamente e ricevano un lasciapassare che consenta il trasferimento, con mezzi legali e sicuri, nel Paese europeo cui chiederanno asilo, secondo quote di accoglienza per ciascuno Stato.
Una proposta ragionevolissima e concretissima, che pure incontra pesanti resistenze politiche. Le si affronti a viso aperto sul piano europeo, là dove si decidono le strategie comuni per l`immigrazione. Consapevoli che a una simile proposta, per quanto audace possa apparire, non esiste alcuna alternativa altrettanto seria e praticabile.

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