A fare rimanere l`Italia intrappolata nella procedura di deficit non è stata qualche spesa di troppo, neanche quella legata al Superbonus, contro il quale puntano il dito molti esponenti della maggioranza, anche se «è sconcertante che ci siano ancora spese aggiuntive, dopo che tre anni fa ci avevano raccontato di averlo stoppato», osserva Antonio Misiani. Quel deficit che non si sposta dal 3,1%, secondo il responsabile economia e finanze del Pd, è dovuto «alla crescita anemica di questo Paese», che è anche «uno dei lasciti peggiori di questo governo per il futuro».
Senatore Misiani, l`errore è stato quindi non aver puntato abbastanza sulla crescita?
«La mancata uscita dalla procedura d`infrazione è una notizia negativa per l`Italia, perché avremo più vincoli nella costruzione della prossima manovra di bilancio, ed è uno smacco per Meloni e Giorgetti, perché evidenzia i limiti di una politica economica focalizzata solo sulla stabilità dei conti pubblici, al costo di portare la pressione fiscale al record più alto degli ultimi 12 anni e di tagliare servizi essenziali come la sanità e la scuola».
Il governo Meloni rivendica diversi tagli delle tasse, prima per i redditi più bassi, poi per il ceto medio. Com`è che l`effetto finale è una pressione fiscale passata nel giro di un anno dal 42,2% al 42,9%?
«La pressione fiscale è cresciuta perché il governo si è ripreso con gli interessi quello che dava come sgravi fiscali. Al fiscal drag, che in questi anni ha massacrato il ceto medio, si sono aggiunti una sventagliata di aumenti su tasse varie».
Però adesso è arrivato il taglio del bollo.
«Un intervento degno di Cetto La Qualunque, che spero non sia l`anticipo di quello che arriverà con la manovra: l`ultima cosa di cui ha bisogno l`Italia è una finanziaria di mance e mancette. Suggerirei piuttosto al governo di concentrarsi su come rimettere il Paese in un sentiero di crescita sostenibile».
Non è facile adesso però, con i vincoli posti dalla procedura per deficit eccessivo, i margini sono stretti. Su cosa bisognerebbe puntare?
«C`è anche l`aumento dei tassi di interesse a complicare la nuova legge di Bilancio, visto che abbiamo un debito pubblico che è cresciuto in questi anni, superando nel 2025 la soglia dei 3.000 miliardi. La strategia da seguire passa da tre fronti: primo, abbattere i costi dell`energia con lo sviluppo delle rinnovabili e gli investimenti sulle reti e l`efficienza. Secondo, politiche per rilanciare investimenti pubblici e privati, mobilitando anche il risparmio finanziario delle famiglie. Terzo, restituire potere d`acquisto ai salari, che negli anni si sono svalutati, indebolendo la domanda interna».
Per abbattere i costi dell`energia ci sarebbero molto utili i 14 miliardi della clausola di salvaguardia nazionale. Ma è ragionevole pensare di farvi ricorso, aggiungendovi anche la flessibilità per le spese militari, in questa situazione?
«Il governo dovrà fare bene i conti, e valutare fino in fondo le conseguenze di ogni azione. L`asimmetria tra l`uscita della procedura per deficit eccessivo e la clausola di salvaguardia era scritta fin dall`inizio nelle regole dettate dalla Commissione europea».
Eppure la politica del governo Meloni ha ricevuto un certo plauso da parte dei mercati e delle agenzie di rating. Errori di valutazione?
«Le agenzie di rating guardano innanzitutto ai parametri di finanza pubblica, e il deficit in effetti in questi anni si è ridotto. La questione però è che se la crescita non riparte, tutti questi risultati sono precari: alla fine i conti pubblici sono comunque destinati a peggiorare».