Il Premier riferisce in Senato sul Consiglio Ue del 23, 24 ottobre 2014
Signor Presidente, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, il Consiglio europeo che da domani si svolgerà a Bruxelles è l’ultimo Consiglio europeo guidato dal presidente Van Rompuy dopo cinque anni di guida di questa istituzione e l’ultimo al quale parteciperà, nella veste di Presidente della Commissione, il presidente Barroso dopo 10 anni. Si tratta, dunque, dell’ultimo Consiglio europeo di una lunga stagione di istituzioni continentali e credo che si tratti di un passaggio davvero rilevante.

Le nuove istituzioni sono state finalmente designate. I dubbi che si avevano circa la possibilità, per la nuova Commissione, di entrare formalmente in carico il primo novembre paiono essere risolti. E paiono essere risolti perché in queste ore è previsto il voto finale e decisivo sulla Commissione. Possiamo dire che la preoccupazione che esisteva circa il passaggio di consegne pare essere finalmente fugata e dunque l’Europa adesso volta la pagina nella guida delle sue istituzioni.

Questo non significa che l’ordine del giorno non sia impegnativo e importante, ma certo è giusto dire, con grande franchezza, che le questioni principali oggetto della discussione tra i partner europei e in qualche modo sollecitate, per non dire stressate, dalla Presidenza italiana in questi primi tre mesi di semestre, sono questioni che troveranno pieno compimento con la nuova Commissione.

Faccio soltanto un riferimento. La grande vittoria di questi mesi è stato aver proposto (e per alcuni casi, mi permetto di dire, imposto) un piano degli investimenti del valore di 300 miliardi di euro, primo segno dell’attenzione della nostra realtà istituzionale europea, non soltanto al rigore e all’austerità, ma anche alla crescita di investimenti. Questo progetto è un progetto che sta nella Presidenza Juncker e non nella Presidenza Barroso. È evidente dunque che siamo in una fase di transizione.

Un autorevole autore italiano avrebbe chiosato che «siamo in una fase di transizione, come sempre»: parole e musica di Ennio Flaiano. È vero, però, ed è oggettivo che questo Consiglio europeo è l’ultimo della stagione precedente e quindi, come tale, avrà un carico di aspettative che rimarranno, nel dibattito politico e istituzionale, almeno fino all’appuntamento successivo di dicembre.

Ciò non significa che non vi siano punti importanti di discussione, il primo dei quali è senz’altro quello sul pacchetto clima-energia 2030. È il principale tema in agenda e io mi limito a sottolineare come ciò che concerne il nostro Paese, cioè la linea che proponiamo al Parlamento di condividere, è la linea delle ambizioni massime sul tema energetico e della sostenibilità.

Vi sarà una contrapposizione all’interno del Consiglio. Alcuni Paesi insistono per essere particolarmente prudenti (per utilizzare un eufemismo) e attenti alle esigenze di quei Paesi che, più di altri, soffrono per l’eccessivo ruolo del carbone e, più in generale, di tecnologie vecchie nella gestione dei processi industriali.

Noi, con un occhio molto forte alle questioni di sostenibilità delle nostre aziende, pensiamo tuttavia che mai come in questo momento sia importante affermare quella della sostenibilità e dell’ambiente come una scelta di competitività del sistema economico e di possibile creazione di nuovi posti di lavoro.

Propongo e proponiamo dunque al Parlamento di avere il massimo delle ambizioni possibili sul Pacchetto clima-energia per il 2030 ed una posizione europea ambiziosa e coerente anche in vista dei prossimi due appuntamenti, che saranno quello di Lima nel dicembre 2014, con la XX Conferenza delle parti contraenti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, e quello centrale e cruciale di Parigi nel dicembre 2015, cui l’Italia potrà avvicinarsi non soltanto con le proprie valutazioni politiche, ma anche con il dibattito culturale che – ne sono certo – scaturirà dall’appuntamento dell’Expo di Milano dal 1º maggio al 30 ottobre 2015.

Potremmo dunque sintetizzare la prima questione oggetto della discussione di domani a Bruxelles con un gigantesco investimento dell’Europa sui green job, ossia sui lavori sostenibili, sulla creazione di posti di lavoro legati alla crescita verde e, più in generale, ad un equilibrio di sostenibilità che sia in linea, peraltro, con ciò che abbiamo incoraggiato nelle riunioni informali tenute a Milano dai Ministri dall’ambiente, a luglio, e quelli dell’energia, a ottobre.

A questo è collegato tutto ciò che afferisce ai temi dell’efficienza energetica, nell’ambito dei quali abbiamo dato la nostra disponibilità a considerare come obiettivo indicativo a livello comunitario in materia di rinnovabili almeno il 30 per cento del fabbisogno su base annua ed abbiamo dato il nostro assenso all’aumento al 27 per cento della quota obbligatoria, ma sosteniamo – e termino su questo primo punto – che, accanto alla valutazione istituzionale e politica in sede europea, vi sia bisogno di una scommessa di politica industriale ad esso collegata. Abbiamo incentivato a lungo le rinnovabili, ma probabilmente abbiamo perduto l’occasione – mi riferisco al decennio appena trascorso – di creare una filiera industriale o comunque di agevolarla e valorizzarla.

Allo stesso modo, quando scegliamo d’intervenire sull’efficienza energetica, non stiamo semplicemente indicando un maggior costo sul breve periodo, ma un metodo ed uno stile che devono partire innanzi tutto dagli immobili pubblici e dai criteri di costruzione, che devono essere ricompresi nei regolamenti urbanistici ed edilizi nelle strutture di tutti i Comuni d’Italia. Occorre dunque fare dell’appuntamento di Bruxelles un’occasione di politica industriale ed urbanistica e di investimento culturale nel nostro Paese.

Trovo che la mia presentazione sarebbe incompleta se non facessi un breve accenno, a proposito dei temi energetici, alla strategia di sviluppo che l’Italia ha adottato in questi primi mesi di attività del nuovo Governo circa la politica energetica.

Sappiamo che questo tema si collega a grandi questioni geopolitiche internazionali: nessuno può mettere in dubbio il fatto che tanta parte delle preoccupazioni sulle questioni geopolitiche internazionali arrivi alla pancia dell’opinione pubblica mediata da atteggiamenti talvolta di allarme o terrore circa il fabbisogno energetico necessario al nostro o ad altri Paesi e, più in generale, circa la capacità da parte di Paesi che oggi vivono situazioni di conflitto di offrire, anche in momenti di relativa tensione internazionale, il gas e l’energia necessari al riscaldamento ed alle funzioni quotidiane.

Mi permetto di dire che questa visione è contemporaneamente miope ed asettica, perché abbiamo bisogno di qualcosa di più. Per questo motivo, negli ultimi mesi, l’Italia ha fatto una valutazione nella quale abbiamo invitato ad accedere alle società collegate, al mondo culturale politico e anche, perché no, al mondo dell’impresa. Riteniamo che il futuro dell’asse energetico non possa essere soltanto Est-Ovest – e spenderò poi alcune parole sulle tensioni internazionali – ma debba essere logicamente ispirato a criteri di diversificazione anche nella direttrice Nord-Sud.

Sta qui una parte della nostra scommessa sugli investimenti economici ed energetici in Africa. Sta qui una parte della nostra scommessa, nei primi mesi di Governo, sul tentativo di fare, soprattutto dell’Africa, un luogo di sviluppo e non soltanto un luogo in cui assumere i valori della cooperazione, che pure sosteniamo e facciamo nostri. Ecco perché abbiamo firmato accordi importanti, dal Mozambico al Congo; ecco perché guardiamo con attenzione ciò che può avvenire in tanti Paesi, dall’Angola all’Egitto, che offrono occasioni importanti per il nostro Paese.

Anche se tengo il tema sullo sfondo, ma sarà interessante poterlo riprendere perché non finisce certo domattina, l’ho inserito nella prima parte del mio discorso perché vi è una questione delicata, che non possiamo sottacere ulteriormente, che riguarda la mancanza di credibilità dell’Europa quando affronta questi argomenti e non riesce a risolvere i problemi delle interconnessioni.

Cerco di spiegarmi in modo molto sintetico. Se ragioniamo di una strategia di sviluppo energetico Nord-Sud, con un investimento sull’Africa come Paese produttore, ma poi non facciamo le interconnessioni, le pipeline tra Francia e Spagna, bloccate da anni di miopia continentale, non saremo mai in condizione, per alcuni aspetti, di trasportare le risorse energetiche che magari acquisiamo in Africa e, contemporaneamente, non saremo mai credibili agli occhi dei cittadini europei. Infatti, quel principio di Unione europea delle risorse risulta paradossalmente bloccato da resistenze burocratiche o, peggio ancora, da pigrizie politiche.

È per questo che nell’intervento di domani, con la convinta adesione del Parlamento, l’Italia dovrà far sentire la propria voce circa la necessità di intervenire con rapidità sulle interconnessioni che si debbono stabilire, in particolar modo tra Francia e Spagna. Sostanzialmente l’Europa oggi non dialoga al proprio interno, non riesce a mettere in connessione ciò che già possiede.

Ho detto che la questione energetica, che rappresenta una delle grandi sfide culturali, economiche, politiche e internazionali, corre il rischio di essere vista in modo superficiale, se non inserita in una dinamica geopolitica. Domani, l’appuntamento di Bruxelles non toccherà i temi di politica internazionale, o almeno non lo farà nella sua sede ufficiale, che è il Consiglio e le elaborazioni del medesimo. Tuttavia, ritengo doveroso e rispettoso dei lavori del Parlamento e del Senato della Repubblica evidenziare come, rispetto all’ultimo Consiglio europeo, quindi all’ultimo nostro dibattito che precedeva l’appuntamento di Hiper (High power laser for energy) e di Bruxelles del giugno 2014, siano stati compiuti rilevanti passi in avanti in alcune aree mentre, contemporaneamente, nuove e più complicate tensioni internazionali si stanno verificando anche, e direi soprattutto, al di fuori dei confini europei, ma comunque nel cuore dell’esperienza del nostro continente. Mi riferisco essenzialmente ai significativi passi in avanti compiuti tra Russia e Ucraina, concretizzatisi in un duplice impegno a Minsk, il 5 e il 19 settembre, ma che hanno trovato nuova linfa nei colloqui di Milano. Lo spirito di Milano, mi piace definirlo così, ha consentito tre incontri tra Putin e Poroshenko. Il primo, nel formato immaginato dalla Presidenza italiana con i Paesi del G7 e le istituzioni europee, il secondo, intorno all’ora di pranzo, nel formato Normandia ovvero Francia, Germania e due Paesi, Ucraina e Russia – formato che fa riferimento agli appuntamenti di giugno in occasione delle celebrazioni in Normandia – e il terzo incontro, diretto, tra il presidente Putin e il presidente Poroshenko.

Mi piace chiamarlo lo spirito di Milano, città laboriosa, alla quale vorrei dire il mio grazie nella sede istituzionale per aver organizzato un appuntamento che non si vedeva in Italia da molti anni, considerato l’elevato numero di Capi di Stato e di Governo, e per averlo fatto non soltanto con straordinaria qualità dell’accoglienza, ma anche con una capacità organizzativa – lasciatemelo dire con orgoglio di italiano – che ha favorevolmente impressionato tutti i partecipanti a questo vertice internazionale. È stato un elemento per il quale dobbiamo ringraziare le Forze dell’ordine, il signor prefetto, il questore, ma anche i cittadini e le cittadine milanesi che hanno mostrato la propria consueta capacità di collaborazione. (Applausi dai Gruppi PD, NCD, PI, SCpI e AUT (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

Ebbene, lo spirito di Milano ha riaperto una discussione che sembrava assopita. È ovvio che tutti i riflettori oggi siano puntati sul voto in Ucraina della settimana prossima. Credo di poter ripetere qui ciò che abbiamo già detto in tutte le sedi: l’Italia è convinta della necessità di rispettare l’unità, l’integrità, la libertà del popolo ucraino; l’Italia è convinta che sia necessario mettere la parola fine alle tensioni e alle escalation che si sono verificate nei mesi precedenti; contemporaneamente, l’Italia ritiene che un processo di recupero della Russia nel ruolo di importante punto di riferimento della comunità internazionale sia oggi un’operazione sicuramente fondamentale per la Russia e per il popolo ucraino, ma sia anche un’assoluta priorità per l’Europa e per la comunità internazionale, sia per i nuovi scenari di conflitto presenti, sia perché un’Europa forte si costruisce nel rispetto e nel dialogo, ovviamente chiedendo altrettanto rispetto e dialogo al proprio vicino di casa. E naturalmente, per definizione, il vicino più grande e più importante è sicuramente il popolo russo.

Questo è stato lo spirito di Milano e credo che abbia prodotto risultati positivi. Vedremo se, nelle prossime settimane, questo percorso faticosamente rimesso in moto consentirà di recuperare il ruolo della Russia nella dimensione internazionale e, contemporaneamente, consentirà alla delicata frontiera orientale dell’Europa di tornare a vivere una stagione di pace e di rispetto.

Noi ci muoviamo rispetto ai temi russi, ucraini e, più in generale, geopolitici della frontiera orientale dell’Europa con lo spirito di chi crede nel dialogo e nel ruolo della politica, non per un’ansia energetica o economica. Non sottovalutiamo le preoccupazioni di natura economica; nessuno di noi sottovaluta alcuna preoccupazione di natura economica, ma il ruolo e l’importanza della Russia non riguardano semplicemente le aziende italiane che devono esportare. La preoccupazione è innanzitutto per il mantenimento di un ordine geopolitico internazionale che trova, rispetto anche all’appuntamento dello scorso giugno, un’evidente situazione di maggiore preoccupazione nell’area di Siria e Iraq.

Oggi abbiamo una situazione di profonda tensione, che ha avuto un’escalation preoccupante negli ultimi mesi. Credo che debba essere ribadito con forza il principio per cui nessuno ha il diritto di infliggere a popoli innocenti la sofferenza della paura e del terrore, che – come mi ha detto ieri Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum, il regnante degli Emirati Arabi Uniti – avviene dopo che è stata «presa in ostaggio una religione», espressione che trovo particolarmente significativa, figlia di un’importante leadership, quella dello sceicco Mohammed, e di una capacità di visione che è particolarmente rilevante anche per noi nella dimensione di Paese amico e alleato.

Oggi la frontiera siriana e irachena divide un’idea di rispetto, di dignità, di valori costituivi dell’identità di un popolo; non divide due religioni. Lo abbiamo detto tutti molto bene e con grande decisione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quella non è una guerra contro l’Islam, non è una guerra di religione.

E non è un caso che, oggi, in prima fila nell’intervento ci siano i Paesi dell’area, i Paesi che condividono la stessa religione ma non possono accettare, secondo le parole di Sheikh Mohammed, che questa religione sia presa in ostaggio.

Si tratta di molto di più. Si tratta di un intervento che vuole minare la dignità della donna e dell’uomo. Dico prima la donna non per un atto di galanteria, ma perché ciò che è avvenuto in questi mesi in quelle aree rispetto a bambine, giovani ragazze e donne grida scandalo e non dico vendetta, ma sicuramente il dolore di una comunità internazionale che non può far finta di niente. (Applausi dai Gruppi PD, NCD, SCpI, PI e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e della senatrice Bonfrisco).

Quello che è accaduto e che ha portato questo Parlamento nella sede delle Commissioni a prendere decisioni significative e rilevanti è l’emblema del desiderio della comunità internazionale di non assistere silenziosa e complice a ciò che avviene in Siria e in Iraq.

Il nostro intervento è stato condiviso dalle Commissioni parlamentari ed è un intervento che non terminerà a breve, perché tutti gli operatori della regione sono convinti si tratti, ahimè, di un lungo percorso, che si deve collegare ad una visione d’insieme nell’area che non può non toccare – e lo faccio soltanto en passant perché credo sia un atto di doveroso rispetto al Parlamento, ancorché l’argomento non sia presente nella bozza provvisoria di conclusioni del Consiglio europeo – la grande questione libica e di come oggi la comunità internazionale affronti le tensioni anche in questo importante Stato.

Non apro ulteriori elementi di riflessione su questo. Dico che, ovviamente, a tutto ciò si collega la preoccupazione dell’immigrazione incontrollata in Italia e sarebbe interessante, al riguardo, conoscere le posizioni dei Gruppi parlamentari, non soltanto di quelli che da sempre hanno posizioni molto esplicite in un senso o nell’altro, ma anche di quei Gruppi che sono profondamente divisi al loro interno su queste tematiche.

Sarebbe interessante discutere e dialogare su come riuscire a tenere insieme la necessaria esigenza del controllo e della sicurezza con il rispetto per il dolore, in particolar modo dei profughi e dei rifugiati di guerra, valorizzando contemporaneamente il lavoro svolto dal ministro dell’interno Alfano e dal suo Ministero in questi mesi e settimane, con l’avvento, a partire dal 1° di novembre, dell’operazione Triton, che vedrà finalmente anche gli altri Paesi europei coinvolti ed impegnati nella operazione di pattugliamento e controllo dell’area del Mediterraneo.

Mi fermo qui sulle questioni internazionali per il semplice motivo che, ancorché siano sullo sfondo, sono questioni che non verranno toccate dal dibattito di giovedì e venerdì prossimi, mentre immagino lo saranno nel mese di dicembre. Desidero però evidenziare che il semestre di Presidenza italiana ha lavorato e sta lavorando molto in tal senso e, nelle prossime settimane, conto di continuare un lavoro incessante sia per ciò che riguarda Russia e Ucraina, nella filosofia, nella logica e nello spirito di Milano, sia nell’area del Mediterraneo, come iniziato dal primo giorno del nostro lavoro, affinché si possa continuare ad avere un ruolo da protagonista dell’Italia e dell’Europa ed una politica estera dell’Europa più incisiva ed efficace.

Il vertice di Bruxelles affronterà il tema di Ebola. È un argomento di cui il Parlamento ha già discusso e proveremo ad individuare un unico responsabile europeo. Sapete degli impegni del Governo italiano e anche delle iniziative che abbiamo preso, come il finanziamento per 50 milioni di euro della comunità internazionale, la disponibilità a lavorare con gli inglesi in Sierra Leone, la valorizzazione dello Spallanzani e, più in generale, un profondo coinvolgimento con tutti i soggetti internazionali per prevenire questa terribile epidemia all’interno del nostro continente.

Infine, rimangono sullo sfondo le questioni di natura economica. Si svolgerà venerdì mattina il vertice dell’Eurogruppo, dei Paesi appartenenti all’euro, che cioè hanno l’euro come moneta, e terminerei su questo. È il classico argomento che ha necessità di avere le nuove istituzioni pienamente operative e al lavoro. Ho fatto poc’anzi riferimento all’intervento da 300 miliardi di euro per investimenti, ma potrei dire che il clima della comunità economica internazionale sta rapidamente cambiando, anche se si può discutere sulla rapidità.

Il vertice G20 di Brisbane mette al centro la parola «crescita». Il 15 e il 16 novembre, in Australia, la priorità sarà la crescita. Ho parlato con il collega primo ministro australiano, che ha sottolineato come il suo obiettivo sia uscire dall’appuntamento del G20 con alcuni obiettivi concreti, precisi e puntuali su cui richiamare i Paesi leader dell’economia mondiale.

Il Fondo monetario internazionale, dunque non una pericolosa assemblea di proletari di sinistra intesi ad affermare i valori della rivoluzione socialista, ha evidenziato, nel corso delle ultime settimane, come il focus sulla crescita sia assolutamente prioritario. Rispetto all’ultimo Consiglio europeo, dove per la prima volta la parola «crescita» è tornata nella discussione finale, dopo un dibattito acceso, in particolar modo con gli olandesi ed altri Paesi teorici del rigore e dell’austerity, io trovo che sia non più rinviabile una discussione su come l’Europa, l’Eurozona soprattutto, vuole puntare ad uscire dai margini stretti del solo rigore per impostare una strategia che vede i Paesi europei oggi largamente deficitari.

Se voi osservate i numeri di quanto cresce l’economia mondiale, vedete che non c’è solo un problema italiano, che pure è innegabile, ma c’è un problema dell’intera area dell’euro, che è nei fatti la Cenerentola dello sviluppo mondiale. Bene, su questo punto insisto oggi nel tentativo di stimolare la comunità italiana, la pubblica opinione, gli editorialisti, il mondo dei soggetti sociali rappresentativi a fare un salto di qualità nella discussione europea.

Noi viviamo, permettetemi di dirlo con una franchezza che probabilmente potrà apparirvi eccessiva, una sorta di subalternità culturale. Basta una mezza dichiarazione del portavoce dell’aiutante del Sottosegretario della Commissione per avere i titoloni sui giornali: «L’Europa avverte», «L’Europa intima», «L’Europa minaccia». (Applausi dai Gruppi FI-PdL XVII, NCD, PI e Aut (SVP-UV-PATT-UPT)-PSI-MAIE). È un atteggiamento che noi agevoliamo e valorizziamo, perché siamo abituati a considerare l’Europa altro da noi, ignorando una lunga tradizione che fa risalire, com’è ovvio, al Trattato di Roma la carta d’identità e l’atto di nascita di questa comunità, ma contemporaneamente anche definendo tutto ciò che è istituzione europea come altro da noi. Lo dico senza alcuna polemica, semplicemente per fare un punto della strada, avremmo detto con altro linguaggio, tra di noi.

C’è un atteggiamento per cui ciò che viene dalle istituzioni europee è di per sé elemento ostile e ostativo rispetto alle prospettive italiane. Emblematica la discussione di queste ore, nella quale, a fronte di rilievi che come sempre vengono fatti rispetto alla legge di stabilità, già il fatto stesso che sia arrivata la lettera dell’Europa fa evocare chissà quali procedure, messaggi o minacce.

È naturale che nelle istituzioni europee l’Italia deve stare di più e meglio, con maggiore consapevolezza e convinzione, ed è altrettanto naturale che l’Italia, quando porta la propria voce all’interno di tali istituzioni, sia capace di presentarsi in virtù non di un diktat esterno, ma di una profonda convinzione interna, capace cioè di aver finalmente effettuato ciò che da anni promette. Ecco perché l’operazione tiene insieme due aspetti diversi. Da una parte ci sono le riforme che noi stiamo facendo e che sono oggettivamente strutturali. Esse possono piacere o meno: non entro nel merito adesso, ma dico semplicemente che non c’è al mondo chi non possa vedere che un Paese che, nell’arco di qualche mese, sta mettendo mano a numerosi articoli della Carta costituzionale, al sistema di elezione dei membri del Parlamento, al sistema di reclutamento e di funzionamento del mercato del lavoro, a una profonda rivisitazione dei criteri della pubblica amministrazione, alle regole del gioco della giustizia civile e che ha lanciato una campagna d’ascolto sulla scuola, mentre il Governo lavora ai decreti attuativi della delega fiscale, è un Paese che sta facendo – nel bene o nel male: ciascuno avrà le proprie valutazioni – uno straordinario processo di riforme strutturali. (Commenti dal Gruppo M5S).

Di fronte a questo punto, che è evidente agli occhi di tutti – ovvero che l’Italia ha smesso di teorizzare le riforme strutturali e le sta facendo, anche con un acceso dibattito parlamentare e nel Paese – di fronte a questo atteggiamento, la consapevolezza dei rappresentanti italiani in Europa deve essere molto più solida e forte circa la non alterità dell’Europa rispetto a noi. Noi diamo all’Europa molto di più di quello che l’Europa dà a noi: ogni anno diamo 20 miliardi di euro al bilancio europeo e ne spendiamo poco più della metà, in parte anche per nostre responsabilità e in parte per i criteri e le regole del gioco. Siamo un Paese grande, che dà al paniere della Comunità europea e che contemporaneamente dovrebbe recuperare quella sorta di convinzione e a mio avviso anche di autorevolezza nell’andare in Europa non più con l’atteggiamento di chi pensa di andare in un luogo diverso da sé, ma con la convinzione che quando ciascuno di noi – nei diversi ruoli che può svolgere – va all’interno delle istituzioni europee, è a casa propria.

È questo, concludendo, il punto che a mio giudizio dobbiamo avere chiaro, con grande convinzione e grande determinazione. L’Europa sta cambiando, per motivi oggettivi. Dopo cinque anni si rinnovano le istituzioni, la Commissione cambia il Presidente addirittura dopo dieci anni, perché l’attuale ha svolto due mandati: dobbiamo cogliere questa occasione, per renderci conto che quando andiamo ai Consigli europei, quando organizziamo i vertici europei dei ministri, quando le delegazione dei parlamentari si incontrano, non siamo gli osservati speciali, che hanno dell’Europa l’immagine di una maestra severa e arcigna, che ci spiega cosa fare, ma siamo un Paese che, dovendo svolgere un profondo percorso di riflessione su se stesso, lo sta facendo indipendentemente da ciò che pensa l’Europa, perché lo abbiamo deciso. Lo voglio dire in Senato: lo stiamo facendo, perché «lo avete» deciso, anche a costo delle tensioni che tutti ricordiamo, anche affrontando momenti di scontro e di tensione, verbale e non solo verbale. Proprio qui voglio dire che, siccome stiamo facendo la nostra parte – perché è giusto farlo per i nostri figli e non per i nostri colleghi Presidenti del Consiglio, Primi Ministri e Presidenti della Repubblica degli altri Paesi – proprio perché stiamo facendo tutto questo, vorrei che le nuove istituzioni europee vedessero, indipendentemente dai nomi che rappresentano l’Italia, un pochino più di coraggio e di orgoglio della nostra appartenenza a questa comunità.

Concludo pensando a quella straordinaria lettera che l’avvocato Ambrosoli scrisse alla moglie, in un momento molto particolare della sua vita, qualche anno prima di vedere tragicamente interrotta la sua esistenza. Parlando di patria – e noi sappiamo che per la sua formazione culturale, quell’espressione è densa di significato e carica di valore; lo è per tutti, naturalmente, ma nel caso dell’avvocato Ambrosoli essa aveva un valore forse maggiore o ancora più denso di significato – egli aggiunge, dopo una virgola: «si chiami Italia o si chiami Europa».

Io trovo queste due definizioni non più in contraddizione. (Applausi dal Gruppo PD). Io, che mi ritengo orgogliosamente appartenente alla mia città e che sono felice di rappresentare l’Italia, credo che dobbiamo smettere di vedere nell’Europa qualcosa di diverso da noi perché, se è vero che noi abbiamo bisogno dell’Europa, vi garantisco, partecipando ai Consigli europei, che l’Europa ha molto bisogno dell’Italia. – See more at: http://www.senatoripd.it/doc/8405/renzi-in-senato-riferisce-su-consiglio-ue.htm#sthash.T3HOB5xL.dpuf