“Che il Csm abbia scelto di dedicare un convegno alla violenza contro le donne per interrogarsi sul ruolo della magistratura è un fatto prezioso, perché i principi camminano grazie all’impegno di tutta la filiera preposta e a fare la differenza poi sono sempre le singole persone. Avere scelto poi di dedicare una sessione al linguaggio come possibile fonte di vittimizzazione secondaria è importante, perché il linguaggio crea la realtà quando la nomina e, se questo vale sempre come principio, vale ancora di più nelle aule di giustizia dove la denominazione del fatto può orientare la sua qualificazione giuridica, con la scelta di una fattispecie di reato anziché un’altra. Nominare correttamente non è dunque un fatto formale, ma è il primo passo per una lettura corretta, perché siamo tutti immersi in una cultura densa di stereotipi e pregiudizi contro le donne. In politica, per esempio, è sbagliato adottare una denominazione degli incarichi di vertice al maschile perché perpetra una concezione patriarcale del potere. Allo stesso modo, nell’accertamento della verità nelle aule giudiziarie, derubricare per esempio la violenza domestica a ‘conflitto famigliare’ significa non leggere la violenza contro la donna e l’asimmetria di potere che nasconde nella famiglia e arrivare magari a quella forma atroce di vittimizzazione secondaria che è sottrarre i figli a una madre. Se non si vede la violenza in una causa civile per l’affidamento dei figli si può privilegiare il principio di bigenitorialità, mentre come è ovvio un uomo violento non può mai essere un buon padre”. Lo ha detto la senatrice Valeria Valente nel corso del convegno ‘Violenza di genere. La risposta delle istituzioni e della società civile’, organizzato al Csm.
“Cambiare il linguaggio – ha continuato Valente – implica una trasformazione culturale che avviene con la specializzazione e con la formazione continua. Bisogna agire nei luoghi che formano non solo i magistrati e gli altri operatori della giustizia, ma anche gli educatori. Parliamo a ragione della necessità dell’educazione al rispetto della differenza di genere nelle scuole, ma l’educazione deve investire tutte le agenzie culturali e tra queste di sicuro l’università, che forma operatori e formatori. Ora il passo in più da fare è stabilire che, in questo processo, i saperi e le competenze dei Centri antiviolenza, che conoscono bene le dinamiche della violenza maschile, possano diventare protagonisti, con un ruolo anche nelle scuole, negli atenei, nella Scuola superiore della magistratura. La strada maestra nel contrasto alla violenza sulle donne è un grande investimento su specializzazione, formazione ed educazione”.