La variabile impazzita del vertice in Alaska si chiama Donald Trump», afferma Alessandro Alfieri, capogruppo Pd in commissione Esteri al Senato. Perché senatore?
«Il presidente americano ha disperatamente bisogno di un successo in politica estera: da populista qual è aveva promesso che avrebbe risolto il conflitto in 48 ore, perciò ha sdoganato Putin mettendo l`aggressore sullo stesso piano dell`aggredito, cioè Zelensky, ma poi ha dovuto fare i conti con la realtà. E adesso, poiché non riesce a fermare Netanyahu che sta massacrando il popolo palestinese, il rischio è che possa giocare sulla pelle dell`Ucraina pur di portare a casa un risultato».
Per questo ha accolto il diktat di Putin e ha escluso Zelensky?
«Potrebbe, anche se comunque si tratta di un passaggio importante: un incontro su suolo americano è un fatto nuovo. Se questo preluderà all`inizio di un vero negoziato, se si risolverà in un faccia a faccia che scongela le posizioni, sarebbe positivo. Dopo l`Alaska, però, gli ucraini dovranno essere coinvolti: non si può decidere il destino della guerra senza di loro e senza l`Europa. L`unica che può dare a Zelensky le garanzie di sicurezza necessarie per accettare di fatto l`occupazione russa di parte del suo territorio. Questa la posta in gioco».
Oggi i leader europei, inclusa Meloni, avranno una cali con Trump: cosa pensa chiederanno?
«Primo, che l`Ucraina si sieda al tavolo, qualora dovesse partire un vero negoziato: l`unico modo per costruire una pace davvero giusta e duratura. Secondo: il tema delle condizioni di sicurezza. La Russia non darà mai via libera all`ingresso dell`Ucraina nella Nato, ma bisogna individuare delle garanzie di protezione alternative che passino anche dall`adesione accelerata all`Unione europea».
La nostra premier, a differenza di Macron e Merz, non ha chiesto che Zelensky partecipasse al vertice in Alaska. Il motivo è sempre la subalternità a Trump?
«Meloni rimane costantemente un passo indietro su tutte le questioni che possono indispettire il presidente Usa. Ma così l`Italia, che è sempre stata nel gruppo di testa dei leader europei – e in qualche caso, con Prodi e Draghi, lo ha pure guidato – rinuncia al suo tradizionale ruolo di promotrice dell`integrazione europea. Ora non solo non guida ma sta ai margini, poi ogni tanto mette un piedino dentro, si collega online, e sempre per non dispiacere la Casa Bianca».
Forse ritiene di trarne dei vantaggi?
«E sbaglia. Rischia di isolarci e di indebolire l`Europa. Lo abbiamo visto sui dazi e anche davanti agli efferati crimini di Netanyahu: mentre i principali partner Ue riconoscono lo Stato di Palestina, lei si limita agli aiuti umanitari, che sono nobili e utili, ma i governi non sono agenzie umanitarie. Ecco perché adesso spero che sull`Ucraina abbia un sussulto: non possiamo permetterci un terzo tragico errore, di venir meno alla linea italiana di chiaro sostegno a Zelensky».
Meloni dovrebbe tornare dalle vacanze per affrontare la crisi?
«Questo sta alla sua sensibilità. Ma è chiaro che se si dovesse accelerare, avviare un negoziato con l`Europa, sarà necessaria anche la presenza fisica. I rapporti a quel livello non possono essere delegati ad altri o essere curati da remoto».


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