Teresa Bellanova, viceministro uscente allo Sviluppo Economico, con le urne è entrata al Senato per il Pd (Renzi l`aveva schierata contro D`Alema nella
Puglia poi virata al giallo grillino). Ex giovanissima e tosta sindacalista per i braccianti, è nota per l` instancabilità durante le trattative.
Oggi cominciano le consultazioni. Quale deve essere, secondo lei, la posizione del Pd?
«Quella condivisa nella direzione. La volontà degli elettori va assolutamente rispettata, e lo dico riferendomi anche a quel 18% che ha scelto noi».
La scelta dell`Aventino paga? Soprattutto al Sud dove – e lei lo sa bene – i problemi sono molti, dal lavoro alle infrastrutture?
«L`Aventino è il modo in cui i media traducono, un po` troppo sbrigativamente, una linea politica. Nessuno di noi – tantomeno io intende l`opposizione come un lavarsi le mani dinanzi alle urgenze del Paese e ai tantissimi nodi che vanno affrontati e risolti. Il Pd non si auto-relegherà su uno strapuntino parlamentare: sarà un`opposizione rigorosa, incalzante e di qualità, anche a difesa del lavoro svolto in questi anni al governo del Paese e dei risultati ottenuti. Nessun Aventino, quindi».
Lei ha polemizzato con il governatore Emiliano sulla giunta. Perché?
«Ho registrato il disorientamento dei nostri iscritti davanti alle dichiarazioni di Emiliano per la riorganizzazione della giunta alla ricerca di una maggioranza funzionale a garantire esclusivamente rendite di posizione. Non capisco come ci si voglia accordare, contemporaneamente, con centrodestra e M5S. Sono distante anni luce da lui quando afferma che fortunatamente il 4 marzo il governo è stato sconfitto, vaneggia di differenti Pd e invita ad essere la stampella dei Cinquestelle».
E se Mattarella vi chiedesse il sacrificio di appoggiare un “governo di tutti”?
«Non mettiamo il carro davanti ai buoi e facciamo in modo che le consultazioni si svolgano in un clima sereno. Ho fiducia nella saggezza del presidente Mattarella, nel suo essere pieno garante della democrazia parlamentare. Dopo le consultazioni si tirerà una prima sintesi: noi faremo le nostre valutazioni».
Il Pd appare diviso tra aventinisti e dialoganti. Come ricomporlo?
«Il Pd sta discutendo al suo interno anche nello sforzo di superare quella logica delle fazioni che ci ha danneggiato enormemente in campagna elettorale e che rischia, se dura, di farci perdere il contatto con la realtà. Una comunità politica larga, come noi siamo, deve essere capace di una seria campagna di ascolto per una sintesi di grande qualità e per impedire il risorgere, funesto, della logica dei caminetti».
A fine aprile, però, sarà l`assemblea a scegliere il futuro segretario. È la strada giusta per una fase così delicata – dopo una dura sconfitta o
servirebbero le primarie per una legittimazione più solida?

«Se le primarie sono interpretate come una militarizzazione delle componenti, rischieranno di innescare una dinamica ulteriormente lacerante. È un timore, non un pregiudizio. Abbiamo bisogno di una elaborazione comune per ricostruire al nostro interno una trama di parole e comprendere cosa non ha funzionato e perché. Se alla fine si riterranno il modo migliore per garantire la sintesi, le sosterremo come sempre».
Il Sud vi ha voltato le spalle. Quali ragioni vede?
«Le politiche messe in campo dai governi Renzi e Gentiloni sono state tra le migliori degli ultimi decenni, con un impianto indiscutibilmente riformista. Il punto è che non basta una legislatura per rimettere in piedi un Paese. Avremmo dovuto dirlo con grande chiarezza. Abbiamo lavorato per essere sistema-Paese, da Nord a Sud. Eppure ancora oggi il mercato del lavoro e l`incrocio tra domanda e offerta sono caratterizzati da 21 modalità di funzionamento diverse, il che danneggia soprattutto il Mezzogiorno. Sarebbe ora di mettere mano a una questione tanto delicata. È difficile fare sistema se il localismo è sempre in agguato».


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