Articolo su Huffington post Italia

Le recenti polemiche nella destra italiana, a partire dallo scontro sull’antifascismo, non sono il segno di una normale dialettica politica ma rivelano una fragilità culturale profonda. È l’analisi di Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd al Senato, che, in un intervento pubblicato da Huffington post Italia, riflette sulle tensioni interne al campo conservatore e sul ruolo che la sinistra è chiamata a svolgere nella fase attuale.
“C’è qualcosa di profondamente rivelatore – scrive Boccia – nelle polemiche di questi giorni. Mentre il mondo è attraversato da guerre, nazionalismi aggressivi, nuove disuguaglianze e da una concentrazione di ricchezza e potere che non ha precedenti nella storia recente, la Presidente del Consiglio sceglie di aprire uno scontro pubblico contro una manifestazione editoriale rea di aver chiesto agli espositori una dichiarazione di adesione ai principi antifascisti e democratici.
La vicenda in sé conta relativamente. Conta invece ciò che rivela. Perché ancora una volta una parte della destra italiana sembra sentirsi più a disagio davanti alla parola antifascismo che davanti al ritorno di linguaggi, simboli e culture politiche che dell’antifascismo rappresentano la negazione.
La coincidenza temporale rende tutto ancora più evidente. Da una parte Giorgia Meloni difende la propria leadership attaccando chi richiama i valori fondativi della Repubblica; dall’altra Roberto Vannacci costruisce il proprio spazio politico contestando la stessa leadership della destra di governo e proponendo una versione sempre più identitaria e nazionalista di quell’universo politico.
Molti osservatori leggono questa vicenda come una normale competizione interna. In realtà è qualcosa di più profondo: è il segnale di una fragilità culturale che attraversa oggi gran parte delle destre occidentali. Vannacci è il prodotto delle ambiguità della destra italiana. Per anni i movimenti nazionalisti e sovranisti hanno costruito consenso offrendo appartenenza. Ma troppo spesso quell’appartenenza è stata costruita attraverso l’individuazione di un nemico: il migrante, lo straniero, l’élite, l’Europa, l’intellettuale, la scienza, l’avversario politico”.
“La politica del nemico – continua Boccia – funziona perché intercetta un bisogno autentico: il bisogno umano di sentirsi parte di una comunità. Ma contiene una contraddizione destinata prima o poi a emergere. Quando una comunità costruisce la propria identità contro qualcuno, finisce inevitabilmente per consumare le ragioni della propria esistenza e per rivolgere all’interno le stesse dinamiche di contrapposizione che aveva utilizzato verso l’esterno. È ciò che vediamo oggi. Sovranisti contro sovranisti. Nazionalisti contro nazionalisti. Leader contro leader.
La paura può costruire una tribù, ma non costruisce una comunità. Non è un caso che la destra italiana, dopo 4 anni di governo, mentre esibisce compattezza sul terreno del potere, manifesti sempre più spesso una profonda inquietudine sul piano culturale”.
Secondo Boccia, una parte della destra mostra un persistente disagio di fronte ai valori fondativi della Repubblica, mentre tollera o minimizza il riemergere di linguaggi e simboli che ne rappresentano la negazione.
Di fronte a questo quadro, la questione centrale non riguarda solo la destra ma soprattutto la missione della sinistra. Per Boccia, il campo progressista non può limitarsi a una proposta di migliore amministrazione o a una competizione sul terreno della moderazione, ma deve tornare a essere necessario, offrendo una causa collettiva e una prospettiva di senso, in particolare alle nuove generazioni.
“Per questo – osserva Boccia – la sinistra non tornerà a essere maggioranza perché apparirà più moderata della destra. Tornerà a essere maggioranza quando tornerà a essere necessaria. Ed è la sfida che abbiamo provato a costruire in questi anni, non semplice, difficilissima, ma l’unica che ha senso perseguire fino in fondo. Ed è la ragione per cui abbiamo scelto, in questi anni, di costruire un’opposizione non soltanto al Governo Meloni, ma all’idea stessa che il nazionalismo, in Italia come nel mondo, possa rappresentare una risposta alle paure del nostro tempo.
Sinistra necessaria per chi lavora e non riesce a vivere del proprio lavoro. Sinistra necessaria per chi rinuncia a curarsi e soprattutto necessaria per chi vede crescere la ricchezza di pochi mentre diminuiscono le opportunità di molti. Infine necessaria per chi rifiuta l’idea che la guerra sia tornata a essere una condizione ordinaria del mondo.
Ma per tornare a essere necessaria la sinistra deve anche ricostruire il legame tra morale e politica. E mentre la politica è la ricerca degli strumenti attraverso cui una società soddisfa i propri bisogni materiali e sociali, la morale che è il cuore della sfida, indica il fine, il patrimonio di valori che consente a una comunità di riconoscersi come tale. Quando la politica perde la morale diventa semplice amministrazione. Quando la morale perde la politica diventa testimonianza impotente.
Una parte della crisi delle democrazie contemporanee nasce proprio da questa separazione.
Una società senza un orizzonte morale condiviso rischia di trasformarsi in una massa. E una massa è sempre più facile da manipolare di una comunità consapevole. È qui che i progressisti devono ritrovare la propria missione. Non nella nostalgia e nemmeno nel moderatismo elevato a ideologia, ma in una nuova radicalità democratica. Radicale non perché estremista, ma perché capace di andare alla radice delle disuguaglianze e dei rapporti di potere”.
Il senatore dem sottolinea come molti giovani, pur iperconnessi e informati, fatichino a trovare una risposta alla domanda su ‘per cosa valga la pena impegnarsi’: A questa domanda, afferma, la sinistra deve rispondere con una proposta capace di coniugare giustizia sociale, dignità del lavoro, diritto alla cura, riduzione delle disuguaglianze e rifiuto della guerra come condizione ordinaria.
Al centro dell’analisi anche la necessità di ricostruire il legame tra morale e politica: senza un orizzonte etico condiviso la politica si riduce a gestione dell’esistente, mentre una morale priva di strumenti politici resta testimonianza impotente. In un contesto segnato dalla frammentazione prodotta dal mondo digitale, Boccia richiama l’urgenza di ricostruire comunità consapevoli, capaci di resistere alla manipolazione e alle nuove concentrazioni di potere.
La sinistra, conclude, deve ritrovare una radicalità democratica capace di andare alla radice delle disuguaglianze e dei rapporti di dominio, organizzando la speranza e trasformando bisogni individuali e domande di giustizia in un progetto politico collettivo.
“È qui – conclude Boccia – che la sinistra dovrebbe ritrovare la propria stella polare. Non inseguendo le paure della destra, ma indicando con chiarezza ciò che oggi produce ingiustizia: le mafie, il caporalato, le disuguaglianze patrimoniali, le concentrazioni economiche che condizionano la democrazia, le guerre, le discriminazioni e le nuove forme di sfruttamento”.


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