“Stiamo assistendo a una torsione istituzionale che indebolisce la nostra democrazia. Una deformazione del principio di equilibrio dei poteri, di cui la riforma della giustizia è solo un tassello. È parte di un progetto più ampio di concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo.
Oggi, infatti, non stiamo discutendo semplicemente di un disegno di legge sulla separazione delle carriere. Stiamo discutendo del modello di democrazia che vogliamo lasciare ai nostri figli: una Repubblica fondata sull’equilibrio dei poteri, o una Repubblica che, passo dopo passo, si piega a una visione verticale e autoritaria del potere.
Da settimane assistiamo a una propaganda che presenta questa riforma come un atto di modernità, di efficienza, di “neutralità tecnica”. Ma le riforme costituzionali non sono mai neutre. Sono scelte di visione, di valori, di futuro. E questa riforma non nasce da un’esigenza funzionale di miglioramento della giustizia, ma da una volontà di sottomettere il potere giudiziario a quello politico.
La destra vuole separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri non per garantire autonomia, ma per portare la magistratura sotto il tacco dell’esecutivo. Lo dico molto chiaramente: questa non è affatto una riforma della giustizia perché nessuna delle misure accelererà i tempi dei processi, migliorerà la qualità del servizio o toccherà l’arretrato giudiziario. E’ un provvedimento che serve solo a ridisegnare i rapporti di forza tra politica e giustizia. Come? Indebolendo l’autonomia complessiva della magistratura, puntando a compromettere l’indipendenza del pubblico ministero, alterando l’equilibrio del processo penale.
In questi due anni abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per rallentarne l’iter, per denunciare l’obiettivo reale della maggioranza: raccontare la separazione delle carriere come una riforma che “sistema la giustizia”, quando invece è una riforma che rompe gli equilibri costituzionali tra i poteri.
La riforma del premierato e quella della giustizia sono due facce della stessa medaglia: riduzione dei contrappesi, marginalizzazione del Parlamento, svuotamento degli organi di garanzia.
Da una parte si rafforza lo Stato punitivo — con decreti sicurezza, controllo e repressione — dall’altra si indebolisce lo Stato di garanzia — giustizia, Presidenza della Repubblica, autonomie. Il risultato è lo stesso: pieni poteri nelle mani del capo, eletto direttamente, che si rivolge al popolo scavalcando ogni contrappeso istituzionale. È la trasformazione del Capo del Governo in Capo dello Stato di fatto.
Nel frattempo la nostra industria è in recessione da 32 mesi, abbiamo i salari tra i più bassi d’Europa, liste d’attesa infinite, accise aumentate, pressione fiscale ai massimi storici. Questa destra ha abolito l’abuso d’ufficio, limitato la libertà di stampa, attaccato le autorità di garanzia ogni volta che non si sono piegate ai desiderata del ministro di turno. Ha istituzionalizzato, con i decreti sicurezza, la repressione del dissenso.
Così nascono le democrature: autocrazie elettive che mantengono solo la facciata della democrazia.
Argentina, Ungheria, Stati Uniti di Trump: ecco i modelli a cui la destra italiana guarda con ammirazione e spirito emulativo. Tutti Paesi in cui l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono a rischio.
La democrazia si fonda sull’equilibrio dei poteri e sul contratto sociale. La destra sta erodendo entrambi, giorno dopo giorno, svuotando il patto costituzionale che nasce dalla Resistenza e che è la pietra angolare della nostra Repubblica”. Così il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia nel suo intervento in aula sulla riforma della Giustizia.


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