Un problema deve preoccupare tutto il mondo: quello di «una nuova violenza politica» che avevamo dimenticato negli anni e che sta emergendo in forme sempre più nuove, contro la quale «tutti, senza eccezioni dovremmo schierarci». E, dice Pier Ferdinando Casini, esistono due ambiti dove non ci si può dare battaglia a prescindere: uno è quello dei punti fermi della nostra politica estera, che andrebbero condivisi. L`altro è tutto interno: le regole del gioco, come la legge elettorale, devono «essere condivise da entrambe le parti, maggioranza e opposizione».
Veniamo al primo timore.
«L`attentato a Donald Trump evidenzia un tasso di violenza politica altissima negli Usa ed è la punta dell`iceberg di un clima diffuso anche in tutti i Paesi occidentali, che si ritenevano storicamente immunizzati dalla violenza politica. Se pensiamo a Shinzo Abe in Giappone, dal giorno dopo è stata una catena di attentati a politici».
In Italia non si sono raggiunte certe vette.
«Fortunatamente no, ma assistiamo a gravi manifestazioni di odio e intolleranza come bruciare le immagini di Meloni, Schlein, o i messaggi di morte sui social a chiunque, al di là delle posizioni».
Va detto che Trump ha esasperato il clima…
«Spesso chi semina vento raccoglie tempesta, ma noi abbiamo un dovere: essere solidali sempre con chi subisce violenza. La solidarietà, se è sincera, non può essere a intermittenza o a seconda delle convenienze politiche» .
Cioè il centrosinistra è stato troppo silente?
«Oggi ho sentito Conte e mi ha fatto piacere. Per il resto, il silenzio è stato abbastanza generalizzato. A me piace la Schlein che solidarizza con la Meloni attaccata da Trump. In certe circostanze è necessario mostrare una postura da premier, in particolare per chi aspira a farlo. Gli italiani sono stanchi delle risse da bottega che vediamo alla televisione».
Lei quindi si augura maggiori convergenze?
«Non ci si può dividere sulla politica estera e istituzionale. In particolare chi vuole governare ha il dovere della chiarezza: sull`Europa, sul multilateralismo, sulla denuncia dell`obbrobrio che si sta verificando in Cisgiordania e naturalmente anche sull`alleanza storica che va mantenuta con gli Usa. Teniamo lo scontro politico sulle questioni quotidiane, ma non indeboliamo il Paese nella sua proiezioni internazionale».
La maggioranza lo ha rappresentato bene questo Paese?
«Sull`Ucraina sì, sulla Palestina molto meno, basta pensare alla nostra imbarazzante partecipazione al Board of peace».
Meloni ha allentato i rapporti con Trump.
«Se fosse così, sarebbe un bene, perché nel nostro Paese non si accetta che a prevalere sia la legge del più forte contro i deboli. Non è la nostra storia, non è quello che vogliamo lasciare ai nostri figli». In questo clima, lei crede possibile ritrovarsi almeno sulla legge elettorale, che determinerà la formazione del prossimo governo?
«Se si usa la ragionevolezza un accordo è possibile. Che si voglia inserire come correttivo un premio di maggioranza, che non sia sproporzionato rispetto ai voti ottenuti, mi sembra giusto. Come la possibilità di scegliere gli eletti con le preferenze. In questo senso Meloni e Schlein hanno un interesse comune».
E servirebbero le primarie per il centrosinistra?
«Sono all`opposizione orgoglioso della mia autonomia e non voglio interferire. Certo, gli schemi possibili sono due: o la designazione del presidente del Consiglio in base ai voti ottenuti dai singoli partiti, o le primarie, che sono pur sempre una espressione di democrazia. Ma non dimentichiamo che non siamo in un sistema presidenziale. È il capo dello Stato a designare il presidente del Consiglio, finché vige l`attuale costituzione».


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