“Per anzianità di servizio, vorrei portare un contributo di idee e considerazioni scevro il più possibile dalla faziosità che un dibattito di questo tipo necessariamente comporta. Voi capite che cambiare una legge elettorale, a meno di un anno dalle elezioni, diventa inevitabilmente terreno di scontro fra le forze politiche in campo. D’altro canto, non è la prima volta che questo capita e probabilmente – anche se non è auspicabile – non sarà l’ultima. Il nocciolo della questione, che ha portato l’opposizione anche alla presentazione di una pregiudiziale di costituzionalità respinta questa mattina, è tutto ed esclusivamente politico e istituzionale”. Lo ha detto nell’Aula del Senato Pier Ferdinando Casini, eletto nelle liste Pd, durante la discussione generale sulla riforma della legge elettorale. “Al di là del merito della legge, è più che legittimo chiedersi se è corretta l’operazione di utilizzare la via ordinaria per introdurre surrettiziamente riforme che ledono gli equilibri istituzionali, così come la Costituzione li ha concepiti. È il caso del premierato di fatto che si delinea in questa legge: la via ordinaria svincola e non rende assoggettabile al referendum un profondo cambiamento. Non c’è dubbio che i poteri del Capo dello Stato, così come vengono delineati dalla nostra Costituzione, sono significativamente alterati da una procedura di questo tipo. Non ha senso evocare colpi di Stato inesistenti”, ha aggiunto. “Ciò che è giusto è richiamare a una corretta procedura per cambiare legittimamente norme che si ritengono superate. In parole povere, se la maggioranza ritiene – come si era proposto nella riforma costituzionale presentata e poi accantonata – di vincolare il Capo dello Stato a un obbligo costituzionale nella scelta del Primo ministro, questo è perfettamente legittimo. Contestabile politicamente, come tutto, ma perfettamente legittimo. Il veicolo che si è scelto è invece, in questo caso, del tutto improprio. La strada era quella costituzionale e non quella di una riforma ordinaria di tipo elettorale”, ha detto ancora Casini. “Ricordo che lo stesso problema fu posto anche all’epoca della Presidenza della Repubblica Ciampi, col Governo Berlusconi. La strada fu appositamente evitata proprio per non incorrere nel medesimo problema. Aggiungo che fu considerato con grande attenzione anche un altro aspetto che in questa legge voi affrontate, e cioè il tema del premio nazionale di maggioranza rispetto all’articolo 57 della Costituzione che stabilisce l’elezione su base regionale del Senato della Repubblica. E’ una seconda questione, contenuta in questo provvedimento, che inficia gli equilibri costituzionali. Vorrei inoltre fare due considerazioni finali. La prima riguarda il premio di maggioranza e la seconda la scelta dei parlamentari”, ha sottolineato.
“Per me è giusto prevedere un premio di maggioranza che aiuti concretamente la governabilità: che si favorisca in una legge elettorale la stabilità di un Paese – che di per sé è un valore – non contrasta affatto con i principi democratici di cui questo Senato è garante e custode. Ma anche in questo caso est modus in rebus, esiste una misura nelle cose; esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto, come dice Orazio. E’ ovvio che un conto è aiutare la governabilità, un altro è un premio di maggioranza sproporzionato che potenzialmente consente a chi vince di avere un numero spropositato di parlamentari. Tralascio per carità di patria la discussione sul 41% o 42% che una maggioranza dovrebbe raggiungere perché mi sembra poco decoroso. Capisco che c’è un convitato di pietra che si chiama Vannacci. Ma ricordatevi l’eterogenesi dei fini: quasi mai le leggi elettorali, piegate alle ragioni della convenienza politica, risolvono i nodi politici che si propongono di sciogliere”, ha detto ancora Casini. “Intelligenti pauca: un conto è la politica e i nodi che vanno risolti sul terreno politico, un altro l’utilizzo tecnico delle leggi elettorali che non aiutano quasi mai. Infine le modalità di elezione dei parlamentari: o i collegi uninominali di piccole dimensioni o le preferenze – si scelga quale strada, io non ne conosco altre – sono le uniche modalità possibili per restituire lo scettro ai cittadini. So bene che l’astensionismo ha cause molteplici, così come l’antipolitica. Ma se non facciamo uno sforzo per coinvolgere la gente nella scelta dei propri parlamentari, il fossato fra l’elettorato, da cui ogni potere è derivato, e la politica si amplierà profondamente. Esistono emendamenti (presentati anche dal collega Parrini) che propongono sic et simpliciter la reintroduzione delle preferenze. Questa è la via maestra. Non facciamo pasticci. Non presentiamo come preferenze meccanismi complessi che sono solo una presa in giro dell’opinione pubblica. Con le proposte presentate dalla maggioranza, le preferenze di fatto varrebbero parzialmente solo per i partiti maggiori – e sottolineo molto parzialmente – per cui, alla fine, sull’intero corpo parlamentare solo una minimissima parte sarebbe scelta con le preferenze. Non è una via decorosa e non credo faccia onore a una maggioranza la cui presidente del Consiglio si è sempre espressa a favore delle preferenze. Auspico che, nel corso dell’esame del provvedimento, queste considerazioni vengano tenute nel dovuto conto”, ha concluso Casini.