Pier Ferdinando Casini, prima di ragionare di Iran e dell`atteggiamento che dovrebbe tenere l`opposizione, quando l`11 marzo Giorgia Meloni verrà in parlamento, premette un ricordo: «Nel 2004, a villa Madama, con Berlusconi, Frattini e Fini incontrammo a cena George W. Bush e lui ci spiegò la sua strategia di esportazione della democrazia. Tra tutte le idee delle amministrazione americane, non mi sembra di poterla ricordare come una delle più felici. Però almeno parlava di esportare la democrazia. E in effetti qualcosa è anche capitato, perché in Afghanistan, finché gli occidentali non si sono ritirati, le ragazze potevano andare a scuola e anche votare».
Non si è ancora capito perché Trump ha scatenato l`attacco. La sua opinione?
«Si è capito benissimo che l`attacco lo ha scatenato Netanyahu e Trump gli è andato dietro. La cosa strana è che, mentre Trump bullizza mezzo mondo, l`unico con cui proprio non riesce a fare il bullo è il primo ministro israeliano. Anzi, lui dà le carte e Trump segue».
È possibile un cambio di regime a Teheran?
«È possibile che si arrivi a una leadership più accettabile per l`Occidente rispetto a un falco come Mojtaba Khamenei, ma un regime change oggi francamente mi sembra molto difficile».
La sinistra europea si è entusiasmata per il deciso no alla guerra pronunciato da primo ministro spagnolo Sànchez. A lei è piaciuto?
«Sànchez è un grande professionista, ha capito che lo stato d`animo dell`Europa è completamente contro questa azione, ma non ha ha fatto niente di clamoroso, a parte un proclama».
Sarà solo un proclama, ma almeno ha fatto vedere che l`Europa esiste e può avere una posizione autonoma. Che cosa possono fare gli europei in questo contesto, a parte guardare alla tv Trump e Netanyahu?
«L`Europa è marginalizzata da Trump, ma bisogna dire che ha fatto di tutto per marginalizzarsi da sola. Oggi se siamo laterali è perché non abbiamo preso in mano il nostro destino, salvo capire solo negli ultimi mesi che veramente il gioco si è fatto duro. In questo senso la vicenda dell`Ucraina ha smosso l`Europa».
Intanto sono in navigazione navi europee per proteggere Cipro: è un segnale che qualcosa si sta muovendo?
«La vicenda di Cipro non è banale perché si tratta di una minaccia a un Paese europeo. A me non interessa la dietrologia, se è stato Macron che ha chiamato Meloni o viceversa. La cosa importante è quel comunicato congiunto e la risposta che i quattro leader europei hanno abbozzato insieme nei giorni scorsi: l`espressione di una esigenza che un po` tutti incominciano a sentire».
Anche Giorgia Meloni?
«Vedremo. Se la nostra presidente del Consiglio sta con l`Europa e la smette di indugiare rispetto a Trump, noi dobbiamo far di tutto per dare una mano e aiutarla a restare in quella posizione».
Chiede a Meloni di rompere con Trump?
«Non possiamo pretendere da lei degli atti di eroismo. Diciamo però che oggi si deve muovere, perché gli interessi economici e politici italiani sono tutti in Europa. Del resto, non mi sembra che, oltre a qualche apprezzamento personale a Meloni, abbiamo avuto dei grandi trattamenti di favore dagli Stati Uniti».
Siamo al punto che Trump è diventato un problema anche per Meloni?
«Che Trump fosse il problema numero uno per lei, io lo sostengo dal primo giorno che è stato eletto. Con Biden per Meloni tutto andava benissimo, con Trump invece rischia di finire schiacciata insieme Orbán e l`Afd e questo non se lo può permettere. Sta cercando quindi di conciliare l`inconciliabile, ma Trump per lei è una pietra d`inciampo visto che è contro tutti gli interessi italiani: prima o poi la contraddizione era destinata a esplodere».
La prossima settimana Giorgia Meloni verrà a riferire in Parlamento, come chiedevano le opposizioni. Secondo lei c`è spazio per una convergenza?
«Una premessa: sarò pure legato agli schemi del passato, però a me non sarebbe dispiaciuto vedere Meloni che, all`inizio della crisi, alzava il telefono per parlare con Schlein, Conte, Renzi, e le altre opposizioni. Nei momenti di difficoltà, è la maggioranza che ha più interesse a ottenere una “complicità” dell`opposizione».
Tanto sapeva che avrebbero rifiutato, o no?
«Si può fare il processo alle intenzioni, ma in questo caso nessuno dell`opposizione è stato neanche messo in imbarazzo perché nessuno è stato sondato».
A quali condizioni ci potrebbe essere una convergenza?
«Dipende dall`intervento di Meloni e da quello che scrivono nella risoluzione. Se ci fossero delle aperture, l`opposizione dovrebbe dare una mano. In questo modo avrebbe l`occasione di dimostrare di essere forte non solo sui no ma anche sui sì. Ed è sui sì che si possono costruire delle alternative potenziali».
Meloni e la risoluzione dovrebbero dire esplicitamente quello che ha detto il ministro Crosetto in aula? Ovvero che l`intervento americano è avvenuto fuori dalla legalità internazionale?
«Servirebbe una critica e anche la chiara affermazione che ogni azione dell`Italia sarà definita insieme agli altri Paesi europei».
A quel punto l`opposizione dovrebbe votare sì?
«Dovrebbe sentire una responsabilità profonda e decidere se basta salvarsi la coscienza col manifesto di Sànchez oppure è il momento di sporcarsi le mani cercando di incidere nella politica»


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