«La prima cosa che mi viene in mente di Umberto Bossi è quanto fosse abile in alcune circostanze a piegare il Cavaliere».
Pier Ferdinando Casini, ex presidente della Camera, in politica da una vita, è stato alleato di entrambi in più di un governo. Ha in mente un aneddoto particolare di quegli anni?
«Ci troviamo nella sala attigua alla Camera dei deputati, la sala dei ministri, è riunito un gruppo ristretto di persone della maggioranza che deve decidere la composizione del primo governo Berlusconi. Siamo a maggio del 1994. Per il mio partito Clemente Mastella è destinato al Lavoro, Francesco D`Onofrio alla Pubblica istruzione. Berlusconi non è soddisfatto della qualità dei ministri, ci teneva all`aspetto per così dire “estetico” dei prescelti».
E che accadde?
«Bossi vuole il ministero delle Riforme, per lui è un punto irrinunciabile. Berlusconi gli suggerisce di scegliere un professore, qualcuno di autorevole. Penso avesse in testa Gianfranco Miglio. Ma Bossi voleva invece nominare Francesco Speroni. Se lo ricorda Speroni?»
Sì certo, come dimenticare le sue cravatte texane.
«Per Berlusconi quello era un problema, ma Bossi non deflette: il nome è Speroni. Berlusconi prova a ribattere che non si poteva nominare alle Riforme un ex steward dell`Alitalia. Bossi non arretra di un millimetro: “Lui è bravissimo, farà bene”. A quel punto il Cavaliere prova a porre il problema del cravattino, il leghista lo stoppa: “Hai la mia parola, il giorno del giuramento arriverà con una cravatta di legno”. Scoppiamo tutti in una grande risata e Berlusconi cede. Niente meglio di questo aneddoto racconta l`umanità di Bossi».
Ovvero?
«Era burbero ma bonario e con Berlusconi, superata la diffidenza dei primi anni, quel carattere gli permise di costruire il rapporto che colmò l`oggettiva distanza fra i due».
In quegli anni Bossi fu spietato, lo fece cadere dopo un anno.
«Il rapporto si ricompose solo nel 2001. Bossi era un barbaro, credo sarebbe contento di questa definizione, ma nell`intimo molto amichevole, capace di costruire relazioni intense. Molti gli davano del razzista, ma a mio avviso le sue invettive erano più una posa politica che frutto di una reale convinzione. In lui c`era anche una vena di anticonformismo che gli serviva a distinguersi dagli altri politici». Ma perché ruppero? È una vicenda rimasta sempre un po` misteriosa.
«Credo la rottura fu causata da una fortissima insofferenza di allora di Bossi nei confronti di Berlusconi. Gli dava molto fastidio la tendenza del Cavaliere di guardare in casa altrui. E poi probabilmente si convinse che quella esperienza di governo sarebbe finita presto. Però siccome Berlusconi era un grande incassatore, nonostante gli insulti riuscì a riconquistarlo. I loro famosi incontri del lunedì avvenivano quasi sempre senza Gianni Letta, mentre ogni tanto era ammesso Giulio Tremonti, il quale svolse un ruolo fondamentale per riavvicinare i due, al punto che Berlusconi a un certo punto non capiva se considerare Tremonti più vicino a lui o a Bossi».
Ricorda la prima volta che incontrò Bossi?
«Quando entrò in Parlamento nel 1987, quella sparuta pattuglia di leghisti sembrava un gruppo di profeti disarmati. Giulio Andreotti diceva sempre che il potere logora chi non l`ha, ma mi sono convinto avesse torto. Bossi a modo suo amava la politica e ne ha inseguito il fascino, certo anche per lui poi arrivò la dura realtà della vita».
Si riferisce alla malattia?
«Non solo. Lui è quello che mostrò il cappio in aula nel 1992. Fu un cinico cavaliere di Tangentopoli, ma tutti coloro che salirono su quella sella in qualche modo poi ne sono stati vittime». L`ultima volta che lo ha visto? «Durante il voto che confermò al Quirinale Sergio Mattarella, ne ho un ricordo affettuoso».
Come sintetizzerebbe la sua storia politica?
«Ci sono almeno tre Bossi. Il primo è quello che picconò la Democrazia Cristiana partendo dal Veneto e dalla Lombardia, e che sostanzialmente si servì di Berlusconi per smantellare la Prima Repubblica. Il secondo è quello che anche grazie a Berlusconi rinunciò al progetto separatista e abbracciò con più prudenza la causa federalista. Il terzo è il Bossi che subisce la malattia: per lui quegli anni sono stati di grande sofferenza non solo fisica, ma anche morale. Abbandonato da quasi tutti, diventò un`icona da omaggiare. La politica può essere spietata, ma in fondo è una regola della vita: si può passare molto rapidamente dalle stelle alle stalle».
In cosa è diversa la Lega di oggi da quella di allora?
«Enormemente diversa. La Lega di Bossi aveva una forte componente antifascista. Per Bossi la ricorrenza del 25 aprile non era in discussione. Allo stesso tempo non avrebbe mai fatto diventare la Lega un partito nazionale, come invece ha voluto Salvini».
Cosa è rimasto dell`eredità di Bossi nella politica di oggi?
«Moltissimo. I prodotti migliori della Lega di Bossi sono gente come Luca Zaia o Massimiliano Federiga. Per dirla in una battuta, allora quel partito in Parlamento mostrava cappi, ma a livello locale fu capace di costruire una rete di eccellenti amministratori. La gran parte della classe dirigente leghista è quella di allora, da Giancarlo Giorgetti a Roberto Calderoli. Quella che non esiste più è la Lega delle origini».
A cosa si riferisce?
«Bossi non si sarebbe mai alleato in Europa con Marine Le Pen o i tedeschi dell`Afd. Su questo Salvini ha determinato una vera e propria discontinuità».


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