La riforma costituzionale della
giustizia “ha un impatto molto significativo sul nostro intero
ordinamento in quanto interviene sull’assetto organizzativo di
uno dei poteri dello Stato e incide su profili di assoluto
rilievo suscettibili di produrre effetti di natura sistemica
sull’equilibrio dei poteri. Una riforma costituzionale organica
di tale rilievo è approvata senza alcun accoglimento di modifica,
nonostante le molteplici proposte avanzate in sede parlamentare
in entrambe le Camere. Il disegno di legge presentato dalla
maggioranza su un tema non condiviso (anzi, per molti aspetti,
come abbiamo sentito, divisivo) esce dall’esame parlamentare
identico a come era entrato”. Lo ha sottolineato Pier Ferdinando
Casini, senatore iscritto al gruppo del Pd ed ex presidente della
Camera, nel suo intervento in aula a palazzo Madama sul ddl che
introduce nella Carta la separazione delle carriere dei
magistrati.

“Permettetemi di rilevare con stupore – ha aggiunto – questo
precedente, anche perché il segnale che ne proviene è quello di
una progressiva sfiducia e di un ineluttabile esautoramento delle
funzioni e del ruolo del Parlamento, tanto più grave trattandosi
di materia costituzionale (ambito nel quale le Camere hanno
sempre svolto un ruolo decisivo, anche grazie al confronto tra
maggioranza e opposizione). Avrei immaginato, sinceramente, un
esito completamente diverso”.

“Constato che il Governo e le forze politiche che lo sostengono –
ha osservato ancora Casini – hanno deciso di procedere con
tetragona ostinazione al raggiungimento dell’obiettivo, spinti
più dal desiderio di affermare un passaggio ideologico (peraltro,
a mio avviso, superato ampiamente dai più recenti interventi
sull’assetto della magistratura), che non dalla determinazione di
approvare una riforma virtuosa utile al Paese e ai cittadini”.


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