In Europa le nascite continuano a calare: nel 2023 sono state 3,67 milioni (-5,4 per cento sul 2022) e il Tfr (tasso di fertilità) nel 2024 è sceso a 1,38, ben al di sotto del livello di equilibrio demografico (-2,1). L`Italia è il fanalino di coda con Tfr 1,18, età media alla prima nascita di 32 anni (la più alta nell`Ue) e circa 370 mila nati nel 2024 (-2,6 per cento). I dati 2025 peggiorano: tra gennaio e giugno 166.051 nati (-7,5 per cento) e, se il trend proseguisse, il 2025 chiuderebbe con -40 mila nati rispetto al 2024, quattro volte il calo dell`anno precedente. Non si intravedono inversioni a breve: il numero di nascite continuerà a diminuire per molto tempo, indipendentemente dalle misure oggi in campo. Le ragioni sono aritmetiche e biologiche. Dopo anni di contrazione demografica, entrano in età riproduttiva coorti più piccole: anche con un Tfr in risalita le nascite resterebbero basse per 20-25 anni, perché mancano le donne in età fertile. Sul piano biologico l`età è decisiva: la fertilità cala dai 30 anni e più nettamente dopo i 37 per qualità ovocitaria, maggior rischio di aborto e patologie come l`endometriosi. Poiché in Italia l`età al primo parto si avvicina alla soglia di diminuzione della fertilità, è difficile che il numero medio di figli cresca in modo apprezzabile.
Nel dibattito pubblico si insiste sull`impatto sulle pensioni (rapporto lavoratori/pensionati in inversione) e sulla necessità di flussi migratori per stabilizzare il sistema. Meno discusso è l`effetto del calo delle nascite su equità sociale e sviluppo, attraverso la distribuzione della ricchezza e i passaggi ereditari. A fine 2023, la ricchezza netta delle famiglie è -€ 11.286 miliardi; il 10 per cento più ricco ne detiene -52 per cento (-€ 6 mila miliardi). Le coorti nate negli anni `50-`60 (oggi over 65, -14,5 milioni) hanno beneficiato di un lungo periodo di pace e crescita e possiedono -60 per cento dello stock complessivo. Anche all`interno degli anziani la concentrazione è elevata: il 10 per cento degli over 65 detiene -35 per cento della ricchezza nazionale (circa € 4 mila miliardi). Applicando le probabilità di sopravvivenza, si stima che -63 per cento degli attuali over 65 morirà entro 15 anni. In questo orizzonte il 10 per cento più ricco trasferirà agli eredi circa € 2.400 miliardi, pari all`80 per cento del debito pubblico: il più grande passaggio intergenerazionale di risorse della storia italiana. Con poche nascite e famiglie più piccole, gli stessi patrimoni si dividono tra meno eredi; le eredità medie aumentano e, in assenza di correttivi, cresce la distanza tra il 10 per cento più ricco e il resto. Norme fiscali molto generose sulle eredità amplificano il fenomeno: una quota enorme di risorse si concentra per nascita, non per merito, alimentando una forma di “immeritocrazia”. Parallelamente, il debito pubblico, in crescita, si distribuisce su una platea di contribuenti in diminuzione, aumentando il peso pro capite e comprimendo le risorse per Sanità, istruzione, assistenza e infrastrutture. Ricchezza privata più concentrata e finanza pubblica più onerosa sono traiettorie che irrigidiscono la mobilità sociale e le opportunità per le generazioni giovani. La scelta di non avere figli è legittima quanto quella di averne; ciò che va evitato è che lo “zero figli” derivi da vincoli economici o sociali. Il costo annuo per figlio (-€ 7 mila) non è la motivazione principale: pesano soprattutto aspettative di sostenibilità nel medio-lungo periodo e qualità della vita. Fra gli ostacoli più incisivi: caro-alloggi, precarietà e disoccupazione, orari rigidi e scarsa flessibilità, che rendono difficile avere e crescere figli, soprattutto il secondo. Dove i canoni crescono si osservano rinvii e cali della fecondità, specie nei mercati con alta quota di inquilini. Meno matrimoni, convivenze tardive e instabilità relazionale riducono seconde e terze nascite. Nei confronti internazionali funzionano meglio pacchetti coerenti: servizi 0-2 anni accessibili, congedi ben retribuiti, prestazioni prevedibili e lavoro flessibile.
In Italia, però, le misure in vigore non rimuovono tre barriere strutturali: casa, sicurezza del lavoro, cura dei bambini. L`Assegno unico, legato all`Isee, può risultare inadeguato per giovani coppie che vivono con i genitori e riduce il beneficio, ostacolando l`autonomia abitativa; analogo il rischio per il bonus nido. Senza un disegno che superi questi colli di bottiglia la dinamica resterà
negativa. Servono coraggio e visione: rafforzare l`Assegno unico universale, garantire un bonus nido effettivamente accessibile, introdurre tutele di disoccupazione adeguate per famiglie monoreddito, cioè misure che diano fiducia e sostenibilità alle scelte di natalità, sapendo che i risultati si vedranno nel tempo. Non ci sono risorse disponibili oggi per que- ste politiche, ma possono essere reperite tassando quella quota ristretta di privilegiati che beneficerà nei prossimi 15 anni di trasferimenti ereditari per -€ 2.400 miliardi a condizioni fiscali oggi irragionevolmente vantaggiose. Il caso dell`eredità Armani rappresenta la punta di un iceberg che va demolito con politiche fiscali eque e lungimiranti.


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