Aderisco alla campagna “Adotta un condannato” in Iran, costruita insieme ad Amnesty International e Hrana.
Non è un gesto simbolico. È una scelta politica e umana: tenere accesa una luce sull’Iran significa esercitare pressione, significa non lasciare che il silenzio diventi complicità, significa difendere diritti che dovrebbero essere elementari ovunque.
Io oggi mi faccio portavoce della storia di Mohammad Abbasi.
Mohammad ha 55 anni. È stato arrestato insieme a sua figlia Fatemeh, 34 anni, dopo le proteste del 6 gennaio 2026 a Malard, nella provincia di Teheran. Le autorità li accusano dell’uccisione di un colonnello delle forze di sicurezza durante quelle manifestazioni.
Il verdetto è durissimo: condanna a morte per Mohammad, 25 anni di carcere per sua figlia.
Ma la difesa contesta le prove. Nei video utilizzati dal tribunale – secondo gli avvocati – non ci sarebbero elementi che dimostrino la loro presenza sulla scena. E c’è di più: secondo fonti raccolte dalla Hengaw Organization for Human Rights, Mohammad sarebbe stato torturato durante la detenzione e minacciato con violenza contro sua figlia per estorcere una confessione.
A queste accuse si aggiungono quelle, ricorrenti nei processi politici in Iran, di collaborazione con Israele, con il governo degli Stati Uniti e con gruppi ostili.
Questa storia non è lontana. Non è astratta. Ha nomi, volti, legami familiari.
E soprattutto ha bisogno di attenzione.
Parlarne è il primo passo. Continuare a farlo è una responsabilità.
A dichiararlo è Cecilia D’Elia senatrice Pd


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