“Il femminicidio è l’esito estremo di una cultura patriarcale di possesso e controllo, una cultura che disprezza la libertà e la loro autodeterminazione. È un fenomeno strutturale e, in quanto tale, chiede politiche globali. La vera notizia di oggi, l’accordo unanime raggiunto, non è l’ergastolo, già presente nella proposta del governo e già applicabile a legislazione vigente, ma il riconoscimento del femminicidio come reato, è questa la novità. Possibile dopo il lavoro fatto di mediazione e riscrittura di un testo, migliorato grazie alla collaborazione nostra e delle altre opposizioni e dalle organizzazioni audite, a partire dalla definizione del reato, ma arricchendolo anche su altre questioni, come le tutele per gli orfani di femminicidio, passando per la formazione obbligatoria per i magistrati, il potenziamento del braccialetto elettronico e il rafforzamento delle misure cautelari. Ma proprio se vogliamo prendere sul serio la parola ‘femminicidio’ dobbiamo anche dire che il diritto penale non può bastare, si deve prima di tutto riconoscere la radice culturale, sociale e politica del fenomeno. Per questo servono politiche di prevenzione, educazione all’affettività, formazione. Serve quindi che accanto a questa norma, il governo rispetti l’impegno preso in questa Aula e riprenda con urgenza l’esame delle nostre proposte sull’educazione, sul consenso, sulle molestie”. A dichiararlo è Cecilia D’Elia senatrice Pd e vicepresidente della commissione bicamerale sul femminicidio.
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