Graziano Delrio, senatore Pd ed ex ministro, la Russia non è una minaccia, come dice il leader M5s Giuseppe Conte?
«È una dichiarazione fattualmente non vera. Lo dicono i servizi e lo dimostra, proprio in questi giorni, l`espulsione dall`Italia dei due addetti militari dell`ambasciata di Mosca con accuse di spionaggio. E lo sanno bene nel resto d`Europa: la Germania, i Paesi baltici e dell`Est, la Finlandia sono tutti convinti che la Russia abbia aumentato la sua pericolosità in questi anni».
Il leader del M5S sostiene di essersi limitato a citare il generale americano della Nato Alexus G. Grynkewich.
«Il quale però fa un ragionamento molto diverso: la Russia è una minaccia, ma non cerca lo scontro diretto con la Nato perché ne teme la potenza».
Dunque da consolidare?
«Sempre più perché sia una Nato a guida europea. Lo dico da anti-militarista: la pace si ottiene con la diplomazia e con la politica, non con le armi. Ma si costruisce sull`equilibrio delle forze. Se uno è convinto di poter prevaricare, proverà a farlo».
La deterrenza. È conciliabile con l`idea dell`ex premier che sia sbagliato «buttare montagne di miliardi per una affannosa corsa al riarmo»?
«Sia chiaro: anch`io sono convinto che in questo momento si stia diffondendo in tutte le nazioni un delirio bellicista. Mi vengono i brividi quando sento il segretario della Nato Mark Rutte festeggiare il riarmo dei singoli stati. Ma su questo fronte il campo largo dovrebbe imparare dai vecchi leader democristiani».
Cioè?
«Ho letto di recente un discorso di Aldo Moro del `65. Diceva che il disarmo e l`accordo tra i popoli sono e rimarranno sempre la nostra prospettiva, ma non possiamo permetterci di cedere a un pacifismo idealista. Dobbiamo scegliere un pacifismo pragmatico».
E in cosa consiste per lei?
«Rivendicare il primato della politica. Ma allo stesso tempo investire sulla sicurezza. Come Europa».
È noto che la Russia sia il tema più divisivo tra Pd e M5S. Perché Conte è andato dritto a toccare il nervo scoperto dal palco di una manifestazione unitaria?
«C`è un ritardo serio nell`affrontare questi nodi all`interno del centrosinistra. Finché non ci si mette intorno a un tavolo per trovare una sintesi è legittimo che ogni leader si senta titolato a esprimere la posizione del suo partito. Anche quando, come in questo caso, non è condivisa dagli alleati».
Ma come si fa la sintesi? Su Kiev, per dire: o si è a favore dell`invio di armi o si è contrari.
«Anche quando ci siamo confrontati per scrivere il programma del secondo governo Conte c`erano questioni complesse. Il leader dei Cinquestelle è stato il primo a dimostrarsi realista quand`era presidente del Consiglio. Oggi quell`esercizio di realismo va accelerato».
Tardivo rimandare a settembre il famoso tavolo?
«Su alcuni argomenti secondo me si potrebbe cominciare a buttare giù una bozza di azione comune. Solo una cosa possiamo sbagliare: fare ai cittadini promesse irrealizzabili e annunciare la spesa di miliardi che non abbiamo».
Cos`è andato storto a Napoli?
«Non saprei dire esattamente. Di certo non ne abbiamo discusso nel partito, non ci sono state decisioni corali, è stato un evento gestito da pochi».
Un`idea se la sarà fatta.
«Mi pare mancasse un tema portante per mobilitare i cittadini. Forse la prossima piazza si potrebbe concentrare sul sostegno alle famiglie più povere o sulla povertà minorile».
Per Matteo Renzi la piazza partenopea dimostra l`esigenza di avere “una componente riformista” nella coalizione.
«L`ho detto prima di Napoli e lo ribadisco: non devono esistere alleati di serie A e serie B. Il Pd non è la sinistra che si allea con il centro, il Pd è un partito di centro-sinistra, che deve fare cerniera tra i due riformismi».
Dev`essere il leader di Italia viva a guidare quell`area?
«Questo lo decideranno loro. Sicuramente Matteo ha i numeri per farlo. A me preme solo che si sentano a casa. E non degli invitati a una tavola già apparecchiata»