“Dal dibattito è emerso il solito copione stantio, sono al terzo compleanno ma insistono: anziché motivare le loro scelte del presente, passano le ore ad attaccare la minoranza per le cose fatte quando era al governo. Eppure due partiti su tre della maggioranza Meloni facevano parte di quel governo, non so se la Premier lo ha dimenticato o lo ignora. Io c’ero in quel Cdm e ho visto Fi condividere tutto, Giorgetti e la Lega votare tutto in Parlamento, condividere senza fiatare. Era un omonimo? Quindi, attaccando quelle scelte, oggi Meloni ha attaccato i suoi alleati. E Fi e Lega tacciono, come se prima fossero sulla luna e non in quel governo. Poi, non sazi, attaccano oggi la minoranza per come fa l’opposizione. Oggi la moda di giornata è attaccare la segretaria del Pd Elly Schlein per aver detto all’estero le stesse cose che dice a Roma. Eppure anche Meloni, quando era all’opposizione, ripeteva all’estero cose che diceva in Italia, coma a Washington nel 2018 quando parlò dell’Italia trasformata in un campo profughi dall’allora governo, o a Strasburgo quando parlava della svendita della nostra sovranità. Dal Vangelo secondo Matteo: ‘Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?’ Dal modo scomposto in cui la destra ha reagito si evince che evocare quel rischio non infondato”. Lo ha detto in Aula il senatore del Pd Dario Franceschini, in dichiarazione di voto sulla risoluzione dopo le comunicazioni della Premier sul prossimo Consiglio d’Europa.
“Sono emerse tra le forze di governo – ha proseguito Franceschini – contraddizioni sulle quali si sono arenati, ma si dicono protagonisti nel mondo, si chiama training autogeno. Noi sappiamo che ci sono tra noi posizioni differenziate su uno specifico punto: l’invio di armi all’Ucraina. Ma tra loro la divisione è ben più profonda: è proprio sulla natura e sulla prospettiva dell’Unione europea. Una vera palla al piede che blocca l’iniziativa politica. Non è tempo di esitare perché ne va della credibilità dell’Italia. Meloni scelga, perché più passano i mesi più si troverà di fronte a bivi davanti ai quali decidere se stare con Trump o con l’Ue, non c’è spazio per incertezze ed equidistanze. Siamo tutti per i valori dell’occidente, ma stando in Europa, non equidistanti tra Ue e Trump. L’immobilismo di questo governo porta l’Italia ad essere ininfluente, ad arrivare sempre ultima sulle decisioni europee. La stabilità che Meloni vanta non è in sé un valore, se si resta fermi. Capiamo che l’inazione di governo sia una forte tentazione: non toccare nulla, fare poco per non dare fastidio, galleggiare come linea politica. Ma servono invece visioni, iniziative. L’Ue ha sempre fatto i suoi passi in avanti di fronte ad esigenze difensive. Anche oggi è così. Si apre uno spazio enorme per il ruolo dell’Italia nel processo di integrazione. Non incoraggiano invece le parole della Premier sulla sua contrarietà al superamento dell’unanimità. Si dovrebbe invece perseguire la strada delle velocità differenziate per realizzare la difesa comune. Potremmo e dovremmo andare avanti per una soggettività vera dell’Ue unica e unita. Con le mediocri furbate degli accordi bilaterali per esempio sui dazi si indebolisce non solo l’Europa ma anche l’Italia. La Presidente Meloni sta perdendo un’occasione: dovrebbe portare l’Italia ad essere motore dell’Ue e non zavorra, gli Stati uniti d’Europa potrebbero essere della destra e della sinistra. Si accontentano invece di qualche buffetto di Trump, di qualche posto in seconda fila. Se continuerà a stare ferma e a tenere l’Italia in fondo al gruppo la nostra opposizione sarà sempre più netta, se dimostrerà di essere su una posizione europeista senza cedimenti, questa opposizione sarà pronta a dargliene atto, nonostante sia composta, secondo una sua definizione, da estremisti più pericolosi di Hamas”.