C’è una linea che unisce la legge Rognoni-La Torre del 1982 e la legge “Liberi di scegliere”, approvata definitivamente dal Parlamento. È una linea che racconta l’evoluzione della strategia dello Stato nella lotta alle mafie: se oltre quarant’anni fa l’obiettivo era colpire il potere economico delle organizzazioni criminali attraverso la confisca dei patrimoni illeciti, oggi si sceglie di intervenire su un altro pilastro del sistema mafioso, forse il più difficile da scalfire: il vincolo familiare e la trasmissione generazionale della cultura mafiosa.
Il ruolo avuto dalla legge Rognoni-La Torre. La legge Rognoni-La Torre rappresentò una rivoluzione perché introdusse il reato di associazione mafiosa e rese possibile sequestrare e confiscare i beni accumulati dalle cosche. Per la prima volta lo Stato affermava che la mafia non poteva continuare ad arricchirsi impunemente. Privare i clan delle ricchezze significava indebolirne il consenso, il controllo del territorio e la capacità di corrompere.
Oggi il Parlamento compie un altro passo simbolicamente altrettanto significativo. Con “Liberi di scegliere” si riconosce che la forza delle mafie non risiede soltanto nel denaro, ma anche nella capacità di riprodurre se stesse attraverso la famiglia. È all’interno delle mura domestiche che, spesso fin dall’infanzia, vengono trasmessi codici, linguaggi, regole, appartenenza e fedeltà assoluta al clan. È lì che il destino di molti bambini sembra già scritto ancora prima di poter scegliere.
I percorsi di protezione, educazione e reinserimento ai figli delle famiglie mafiose. La nuova legge nasce dall’esperienza del protocollo “Liberi di scegliere”, promosso negli anni dal presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, insieme alla magistratura minorile, ai servizi sociali e al Terzo Settore. L’obiettivo è offrire ai figli delle famiglie mafiose percorsi alternativi di protezione, educazione e inserimento sociale quando la permanenza nel contesto familiare rappresenta un ostacolo alla loro crescita libera.
Non si tratta di criminalizzare le famiglie né di mettere in discussione il valore degli affetti. Al contrario, il principio che ispira la legge è profondamente costituzionale: ogni minore ha diritto a sviluppare la propria personalità e a costruire il proprio futuro senza essere condannato a ereditare modelli criminali. Lo Stato interviene quando la famiglia diventa il luogo in cui si perpetua una cultura incompatibile con i valori della democrazia e della legalità.
È questo il significato politico e culturale più profondo del provvedimento. Le mafie hanno sempre considerato la famiglia il primo luogo di educazione criminale, lo spazio dove si consolida il senso di appartenenza, si alimenta il silenzio e si tramanda il potere. Spezzare questa continuità significa colpire le organizzazioni non soltanto sul piano repressivo, ma su quello della loro capacità di rigenerarsi.
“Lo Stato compie una scelta di speranza”. Nel dibattito parlamentare la senatrice del Partito democratico Enza Rando, prima firmataria del provvedimento al Senato, ha parlato di una “scelta di speranza”. “Lo Stato compie una scelta di speranza: dice a quei ragazzi e a quelle ragazze che il loro futuro appartiene a loro, non ai clan”, ha dichiarato. Parole che sintetizzano il cuore della riforma: restituire ai minori il diritto alla scelta.
Quelle donne che hanno avuto il coraggio di ribellarsi. Rando ha dedicato la legge alle donne che hanno avuto il coraggio di ribellarsi e ai figli che hanno scelto la libertà, ricordando Lea Garofalo e tutte le vittime delle mafie che hanno pagato con la vita la loro decisione di rompere con il sistema criminale. Un richiamo che evidenzia quanto il prezzo della ribellione sia stato spesso altissimo proprio perché la mafia considera il tradimento familiare il più grave dei delitti.
Il valore della legge, tuttavia, va oltre il suo contenuto normativo. Segna un cambiamento culturale nell’approccio dello Stato. Per decenni il contrasto alle mafie è stato identificato quasi esclusivamente con l’azione investigativa, gli arresti e le confische. Strumenti indispensabili, ma non sufficienti. La lotta alla criminalità organizzata si gioca anche sul terreno educativo, sociale e culturale. Offrire un’alternativa concreta ai bambini significa impedire che le organizzazioni criminali trovino la loro futura classe dirigente.
E’ una delle innovazioni più significative degli ultimi anni nelle politiche antimafia. Per questo “Liberi di scegliere” rappresenta una delle innovazioni più significative degli ultimi anni nelle politiche antimafia. Se la Rognoni-La Torre ha colpito il patrimonio economico delle cosche, questa legge prova a interrompere il patrimonio più prezioso delle organizzazioni criminali: la continuità generazionale.
Il messaggio è chiaro: nessun bambino nasce mafioso. Nessun destino può essere considerato inevitabile. Quando lo Stato crea le condizioni perché un minore possa scegliere liberamente la propria strada, non protegge soltanto un singolo ragazzo o una singola ragazza. Rafforza la democrazia, indebolisce il potere delle mafie e afferma un principio fondamentale: la libertà non può essere un privilegio, ma un diritto da garantire anche a chi nasce nel luogo più difficile da cui provare a fuggire.


Ne Parlano