“Fare memoria è un esercizio complicato.
Fare memoria implica la volontà non solo di ricordare ma di
essere poi conseguenti rispetto quella memoria. Ed essere
conseguenti significa avere cura di ciò per cui stai facendo
memoria. Perché ciò che riportiamo alla luce è stato, ed è stato
per un motivo chiaro non per altro. Fare memoria il 27 gennaio
significa evitare che la Shoah si trasformi in due righe su un
libro di storia, come ha detto in una intervista qualche anno fa
Liliana Segre. Ma significa anche dire che persone vogliamo
essere. Perché la memoria, quella storica, quella che ti
costringe a fare i conti con un passato che ormai è remoto, non
ti fa sconti, a meno che non la si faccia per pura retorica e per
sentirsi in pace. Primo Levi, lo ricordavo quando facevo lezione
a scuola, nel capitolo di ‘Se questo è un uomo’ intitolato ‘il
canto di Ulisse’, spiega bene che cosa significhi ‘fare memoria’.
Levi sta provando a tradurre a Pikolo, suo compagno nel lager, il
verso dantesco ‘ma misi me per l’alto mare aperto’ raccontandolo
come un impulso di libertà in un luogo di morte. Perché quel
‘misi me’, non è un gesto passivo ma indica una scelta attiva e
coraggiosa: è la forza della nostra volontà per non ridursi a
bruti. Perché la memoria è salvezza. Perché la memoria che
scegli e decidi di far vivere assumendone la consapevolezza, ti
dice che donna o uomo vuoi essere. Scegliamo noi. Ecco perché
‘fare memoria’ è tra i più grandi e difficili gesti di
responsabilità. Oggi, 27 gennaio, facciamo memoria di ciò che è
stato: sei milioni di morti, ammazzati perché ebrei”. Così Simona
Malpezzi, senatrice Pd, capogruppo in commissione Segre.