La decisione della Procura di Milano di disporre il controllo giudiziario
per Deliveroo, dopo il caso Glovo, è un fatto gravissimo che non può
lasciare indifferenti. Parliamo di migliaia di rider che secondo l’impianto
accusatorio avrebbero lavorato per anni con compensi nettamente inferiori
rispetto alla soglia di povertà e ai minimi della contrattazione
collettiva. Una condizione che, se confermata, viola non solo le leggi sul
lavoro ma l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce a ogni
lavoratore una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e
dignitosa.
Siamo di fronte a un modello che ha scaricato tutto il rischio d’impresa
sui lavoratori, qualificati formalmente come autonomi ma sostanzialmente
eterodiretti, sottoposti ad algoritmi e penalizzazioni. Tutto questo non è
innovazione: è sfruttamento.
Il lavoro della magistratura e l’azione degli organi ispettivi sono molto
importanti, ma le istituzioni non possono limitarsi a rincorrere le
emergenze giudiziarie. Serve una risposta politica chiara e strutturale. Il
governo metta da parte i suoi pregiudizi ideologici: non è più rinviabile
l’approvazione di una legge sul salario minimo legale che impedisca
compensi sotto la soglia di dignità e chiuda le zone grigie in cui
proliferano contratti pirata e finte partite IVA. In secondo luogo, occorre
rafforzare le tutele per il lavoro tramite piattaforma, garantendo diritti,
coperture assicurative, contribuzione piena e rappresentanza sindacale.
Vanno infine potenziati i controlli e le sanzioni contro il caporalato
digitale, perché lo sfruttamento non cambia natura solo perché avviene
tramite un’app.
Non possiamo accettare che nel cuore di una grande economia europea si
consolidino modelli fondati su paghe da fame e precarietà strutturale. La
transizione digitale deve andare di pari passo con la giustizia sociale.
La legalità e la dignità del lavoro non possono essere variabili dipendenti
dei margini di profitto.