“Il ripristino delle risorse per
Transizione 5.0 — 1,3 miliardi originari più altri 200 milioni
aggiuntivi, per un totale di 1,5 miliardi — è una notizia
positiva per le imprese italiane che avevano già presentato
domanda e si erano viste negare il credito d’imposta promesso.
Mantenere gli impegni presi con le aziende non è un favore: è un
obbligo. E almeno su questo il governo ha fatto, sia pure in
ritardo e con imbarazzo evidente, la cosa giusta. Ma non possiamo
tacere lo sconcerto per come ci siamo arrivati. Prima il governo
taglia le risorse con il decreto fiscale, poi — di fronte alle
proteste delle imprese, delle associazioni di categoria e delle
opposizioni — fa marcia indietro precipitosamente. Un pasticcio
che si poteva e si doveva evitare. Questo caos non è figlio di
circostanze imprevedibili: è il prodotto dello sbandamento e
della confusione che si è abbattuta sulla maggioranza dopo la
sconfitta referendaria. Le imprese italiane non meritano di
essere trattate come pedine in un gioco politico interno alla
coalizione di governo. Resta però una domanda fondamentale, a cui
il governo non ha ancora dato una risposta seria: da dove vengono
questi 1,5 miliardi? Le versioni dei due esponenti del governo
presenti al tavolo sono già diverse. Il viceministro Leo dice che
le risorse ‘arrivano dalle previsioni che avevamo fatto’. Il
ministro Foti parla di ‘un po’ di sacrifici’. Sono due risposte
che non solo non coincidono: non spiegano nulla. Previsioni su
cosa? Sacrifici a carico di chi? Questa vaghezza è inaccettabile
e preoccupante. Il Parlamento e le imprese hanno il diritto di
sapere con precisione quale voce di bilancio viene ridotta per
finanziare il ripristino di Transizione 5.0, e se quella
riduzione avrà ricadute su altri strumenti di politica
industriale. Chiediamo che il governo venga a riferire in
Parlamento con dati chiari e coperture verificabili”. Così in una
nota Antonio Misiani, responsabile Economia nella segreteria Pd.


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