Nel Documento di Finanza Pubblica varato dal governo si ipotizza anche uno scenario recessivo. Giorgetti è davvero troppo pessimista?
«No, credo sia corretto ipotizzare scenari diversi in una fase di grande incertezza – risponde Antonio Misiani, senatore e responsabile Economia del Pd Nessuno oggi sa se e quando finirà il conflitto nel Golfo, né quanto dureranno le sue conseguenze. Si parla di sei mesi necessari per sminare lo stretto di Hormuz. Il problema non è il pessimismo: è la realtà».
E la realtà qual è?
«L`Italia arriva a questa crisi in condizioni di fragilità. Abbiamo chiuso il 2025 con una crescita inferiore a meno della metà dell`Eurozona, veniamo da tre anni consecutivi di calo della produzione industriale e i salari reali sono sotto i livelli del 2019. Questo è il punto. Una nuova crisi energetica, che rilancia l`inflazione e mette in difficoltà il sistema produttivo, richiede uno sforzo straordinario: sul piano internazionale, per fermare il conflitto il prima possibile e, sul piano europeo e nazionale, per affrontare l`emergenza».
Il Documento offre solo un quadro a legislazione vigente, non si poteva dire di più?
«I documenti tendenziali sono, per definizione, una fotografia dell`esistente. Ma l`Italia ha il diritto di sapere dal governo che cosa intende fare di fronte a una situazione come questa. Noi lo chiederemo in Parlamento: Meloni e Giorgetti devono spiegare quali strumenti vogliono mettere in campo, con quali risorse, per fronteggiare l`emergenza e far ripartire l`economia del Paese. Nel 2026
finirà il Pnrr, ma nessuno sa che succederà dopo. Anche su questo il governo dica la verità».
Giorgetti chiede maggiore flessibilità anche per il patto di stabilità. È d`accordo?
«Non siamo pregiudizialmente contrari. Ma la domanda è: per fare che cosa? Secondo noi occorrono interventi selettivi, che aiutino le famiglie più fragili e le imprese più vulnerabili. Ma serve anche un cambio di strategia sulla politica energetica, perché il governo in questi anni, mentre faceva molte chiacchiere sul nucleare, è andato troppo lento sulle rinnovabili, ha indebolito gli strumenti di efficientamento energetico e ha definanziato le comunità energetiche rinnovabili. Il risultato è che oggi continuiamo a dipendere dai fossili per oltre 1`80% dei consumi».
Con questi numeri rischiamo una legge di bilancio scarna?
«Il quadro è sicuramente complicato. Il debito pubblico è sopra il 137% del Pii, il deficit si è ridotto, ma il problema di fondo resta lo stesso: l`Italia non cresce. Finché la crescita non riparte, anche i risultati sui conti pubblici restano fragili. Questo è il vero punto politico ed economico».
Come si rilancia allora la crescita, se gli spazi di finanza pubblica sono così ridotti?
«Di certo non tirando a campare come ha fatto questo governo. Dobbiamo riqualificare la spesa pubblica, rendere il fisco più favorevole allo sviluppo e rilanciare le riforme, a partire da quelle a costo zero: dalla legge sul salario minimo alla semplificazione delle procedure per gli investimenti e all`eliminazione delle distorsioni che appesantiscono le bollette energetiche».