“A proposito delle indiscrezioni fatte filtrare dalla maggioranza su possibili modifiche al progetto di riforma elettorale si può dire questo. Non cambia sostanzialmente niente se il tetto del premio, peraltro un tetto fittizio, dato che non comprende i 16 e gli 11 seggi in palio alla Camera e al Senato nelle circoscrizioni Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Estero, scende da 230 a 222 deputati e resta invariato a 114 senatori. Con questi numeri si potrà comunque avere una coalizione che globalmente arriva a circa 230 deputati e 120 senatori, il 57.5% e il 60% del totale: una situazione di grave squilibrio costituzionale, in cui chi vince ha piena autosufficienza nella elezione del Presidente della Repubblica e un largo predominio nella elezione degli altri organi di garanzia. Non cambia niente di fondamentale nemmeno se la soglia di premio sale dal 40 al 41 o al 42%. Siamo di fronte a dei ritocchini. Fumo negli occhi. Azioni cosmetiche che non modificano le basi di un impianto irricevibile”. Lo dice il senatore del Pd Dario Parrini, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali.
“Si commenta invece da sola – prosegue Parrini – la decisione del centrodestra di non mettere in discussione né l’indicazione pre-elettorale del candidato premier (anteprima surrettizia del premierato), né il ritorno a un Parlamento di soli nominati, tutto formato con liste bloccate, modello Porcellum, senza preferenze né collegi uninominali. Allo stesso tempo resta intatto il grave vizio di metodo che fin dal principio ha segnato questa operazione: la volontà di dare la priorità non ai tanti problemi sociali e economici da cui è afflitto il Paese bensì alla modifica unilaterale delle regole del gioco, effettuata in extremis e in maniera utilitaristica”.


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