“Presentare il libro di Sara Monaci e Ivan Cimmarusti in Senato non è solo un’azione culturale, ma un atto di denuncia politica necessaria. Le pagine di questa inchiesta ci sbattono in faccia una realtà che il Governo Meloni finge di non vedere, o peggio, contribuisce ad alimentare: quella di un ‘Made in Italy’ che troppo spesso poggia su fondamenta di precarietà e sfruttamento.” Cosi la senatrice del Pd Cristina Tajani, alla presentazione del libro ‘Sfruttamento Made in Italy’ che si è svolta a Roma, nella sala Isma del Senato.
“Siamo di fronte a un sistematico smantellamento dei diritti. Con il cosiddetto ‘Decreto Primo Maggio’, la Ministra Calderone ha compiuto un’operazione di vero e proprio svuotamento delle tutele introdotte dal Governo Draghi, liberalizzando i contratti a termine e rendendo il lavoro ancora più frammentato e ricattabile. Mentre il libro ci racconta l’orrore degli opifici e del caporalato digitale, il Governo risponde aumentando la precarietà per legge.”
Secondo Cristina Tajani, il silenzio sulle norme europee è complice: “È inaccettabile che, a mesi di distanza, il Ministero del Lavoro non abbia ancora chiarito come intenda recepire la Direttiva UE sulla presunzione di subordinazione. Non vorremmo che l’intenzione fosse quella di procedere con l’ennesimo esercizio di equilibrismo burocratico per tutelare i profitti delle piattaforme a scapito della dignità dei rider e dei lavoratori della logistica. L’innovazione senza diritti è solo schiavitù 4.0.”
La Senatrice ha riservato poi un affondo al Ministro delle Imprese e del Made in Italy: “Non meno grave è l’atteggiamento del Ministro Urso, che ai tavoli di crisi e di settore siede ormai regolarmente con le sigle dei sindacati pirata. È una scelta che insulta la storia delle relazioni industriali del nostro Paese e che ha sollevato la durissima reazione non solo dei sindacati maggiormente rappresentativi, ma delle stesse associazioni datoriali serie. Legittimare chi firma contratti al ribasso significa istituzionalizzare il dumping contrattuale e condannare l’Italia a una competizione verso il basso che distrugge la qualità e il valore del lavoro.”
“La transizione tecnologica e il prestigio del nostro marchio nazionale – ha concluso la senatrice dem – non possono essere il paravento dietro cui nascondere lo sfruttamento. La politica ha il dovere di scegliere da che parte stare: noi stiamo con chi lavora, non con chi specula sulla pelle degli invisibili.”