Per come è stata scritta, per le parole utilizzate, per quello che cerca di fare, l`istituzione del nuovo reato di femminicidio è una scelta legislativa utile e preziosa, sebbene non sufficiente».
Quando Giulia Cecchettin è stata massacrata, della nuova norma approvata all`unanimità con voto bipartisan neanche si discuteva.
«E oggi, anche pensando a lei e alle tante donne che continuano a morire per mano di un uomo — afferma la senatrice Pd Valeria Valente, ex presidente della commissione sul femmincidio — possiamo dire che quella norma è utile perché spinge gli operatori nelle aule di giustizia — giudici, pm, avvocati, consulenti — a leggere correttamente il tipo di relazione esistente, provando a capire se esista quell`asimmetria di potere che sta all`origine della violenza maschile». In che modo? «Nella nuova norma si parla di possesso, dominio, sopraffazione e il femminicidio è stato configurato come un cosiddetto reato di condotta per fotografare questa dinamica, anche grazie alle riflessioni di pezzi del movimento femminista».
Non c`è il pericolo che limiti l`autonomia degli inquirenti?
«Non c`è l`obbligo per il magistrato di configurare l`ipotesi di reato, ma è una spinta ad andare a verificare se esista quel tipo di dinamica».
Secondo molti tecnici, inclusi penalisti, è molto difficile da provare in aula.
«Non lo condivido. Diverse sentenze già fotografano quella dinamica di relazione. Il nuovo reato obbliga a leggere l`uccisione della donna dentro una relazione. Non è obbligatorio contestarlo, ma sì, c`è l`obbligo di chiedersi: c`è o non c`è asimmetria di potere, sopraffazione, dominio, di possesso? È un modo per spingere gli operatori a cercare questa dinamica».
Ma, diceva prima, non può essere una soluzione.
«No, come non lo è il resto del quadro normativo. Il tema è una corretta interpretazione e applicazione delle norme da parte degli operatori, che devono essere adeguatamente formati, specializzati e in grado di mettere da parte stereotipi e pregiudizi».
Il ricorso alla risposta penale non rischia di emancipare la politica da risposte sociali e concrete?
«Credo che oggi ci sia un uso abnorme della fattispecie penale. Per il politico di turno e di sicuro per questa maggioranza, è più semplice e spendibile. Con il reato di femminicidio non possiamo dire ‘adesso è fatta`. La norma però coglie un fenomeno. Non credo che il diritto penale abbia funzione simbolica o costruisca automaticamente deterrenza, ma che possa servire anche ad accompagnare e consolidare i processi sociali, oltre che leggerli correttamente».
Come combattere allora la piaga del femminicidio?
«Formazione e specializzazione degli operatori da un lato ed educazione delle giovani generazioni dall`altro, anche pescando a piene mani dall`esperienza dei centri antiviolenza che vanno adeguatamente finanziati e sostenuti. Purtroppo il governo, con il ddl Valditara sull`educazione sessuo-affettiva nelle scuole va nella direzione opposta. Stessa cosa si può dire per la norma sul consenso, scelta culturale prima che giuridica, che è stata bocciata».
Per gli uomini violenti c`è una soluzione dopo la pena?
«In questi anni abbiamo provato a mettere in piedi interventi importanti di prevenzione a diversi livelli, come l`ammonimento e le altre misure di prevenzione, accompagnati da percorsi di rieducazione affidati a operatori professionisti e con esito certificato. Questa strada può non essere possibile per tutti gli uomini, ma va tentata».