Walter Verini, senatore del Pd sempre attento ai temi della giustizia – dipartimento che ha guidato a lungo, al Nazareno – interviene sul tema delle querele temerarie e della libertà di stampa, al centro dell`incontro pubblico di oggi dedicato alle azioni giudiziarie intimidatorie contro giornalisti ed editori. Le querele temerarie sono ormai diventate una forma di pressione economica e psicologica contro giornalisti ed editori. L`Italia sta sottovalutando il rischio di una compressione indiretta della libertà di stampa?
«Sì, e non da oggi. Sono anni che Fnsi, Ordine dei giornalisti, Articolo 21 e Ossigeno si battono contro questo fenomeno, che rappresenta un vero attacco alla libertà d`informazione. Anche alcune forze politiche, tra cui il Partito Democratico, hanno presentato proposte di legge e iniziative parlamentari. Avremmo dovuto farlo con ancora maggiore forza, ma oggi il problema principale è la chiusura della maggioranza, che continua a bloccare il recepimento della direttiva europea anti-SLAPP e tiene fermi da tempo diversi disegni di legge. I dati sono allarmanti: nel 2025 le querele intimidatorie hanno superato quota novanta, mentre i giornalisti minacciati o aggrediti sono stati oltre 670. Venticinque vivono ancora sotto scorta. È una grave responsabilità non dare risposte».
Oggi il problema, per molte testate, non è soltanto l`eventuale condanna ma il costo stesso del processo: anni di udienze, parcelle legali e richieste risarcitorie milionarie. Servono norme più severe contro le SLAPP?
«Sì, servono. Nelle nostre proposte di legge prevediamo sanzioni e obblighi di rimborso delle spese legali nei confronti di chi utilizza la querela con finalità intimidatorie, per bloccare articoli e inchieste. Ma difendere la libertà d`informazione non significa soltanto tutelare chi lavora nei giornali: significa garantire ai cittadini il diritto costituzionale a essere informati».
La direttiva europea anti-SLAPP chiede maggiori tutele per chi fa informazione. Perché il Parlamento italiano continua a muoversi con tanta lentezza?
«Perché una parte della politica guarda con fastidio all`informazione libera e al giornalismo d`inchiesta, che spesso è urticante e mette in discussione i poteri. Certo, il giornalismo può sbagliare e quando esiste diffamazione reale e dolosa ci sono già gli strumenti del Codice penale e civile per tutelare la reputazione delle persone. Ma il giornalismo d`inchiesta resta un bene prezioso: illumina zone opache del potere, di qualsiasi potere. Le democrazie liberali hanno bisogno di contropoteri. E molti giornalisti hanno pagato questa missione con la vita: penso a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin».
Valuta positivamente un tetto alle sanzioni pecuniarie e ai risarcimenti contro i giornali, almeno nei casi privi di dolo evidente, per evitare che una causa civile possa mettere in ginocchio una redazione?
«In questi casi credo di sì. Se non c`è dolo, se non c`è la volontà di diffamare attraverso notizie false, è giusto evitare sanzioni sproporzionate, soprattutto per le testate più piccole e prive di grandi editori alle spalle. Penso ai giornali che lavorano in territori difficili, segnati dalla presenza della criminalità organizzata e dalle collusioni tra mafie, economia, finanza e politica. Realtà che non riguardano soltanto il Sud ma l`intero Paese».
Come immagina una nuova legge sull`editoria?
«Se la libertà d`informazione è un diritto costituzionale, ed è un diritto che può essere colpito anche attraverso strumenti giudiziari usati in modo intimidatorio, allora il sostegno pubblico deve riguardare anche questi aspetti. In Commissione Giustizia del Senato siamo riusciti a far ripartire un percorso che la maggioranza aveva tenuto fermo per due anni. Ci saranno nuove audizioni, utili ma non indispensabili. Perché confermeranno ciò che già sappiamo: la necessità urgente di approvare norme efficaci contro le querele temerarie».


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