“Quando discutiamo dell’Europa che vogliamo, dovremmo anzitutto compiere uno sforzo di memoria. Non per nostalgia, ma perché le grandi scelte del futuro si comprendono meglio se si ha chiara la traiettoria che ci ha portato fin qui. Quando nel 1988 venne approvata la grande riforma dei Fondi strutturali e nel 1989 prese avvio il primo Quadro Comunitario di Sostegno, l’Europa stava entrando in una stagione storica irripetibile. Si preparava il completamento del mercato unico, stava per cadere il Muro di Berlino, si apriva la prospettiva dell’unione monetaria e si ponevano le basi di quella che sarebbe diventata l’Unione Europea. In quel contesto la politica di coesione non nacque come una politica settoriale né come un semplice meccanismo redistributivo: nacque come uno dei pilastri politici del progetto europeo. Era la condizione per rendere sostenibile il mercato unico: senza convergenza l’integrazione rischiava di diventare squilibrio. Il bilancio dei 35 anni è positivo ma diseguale. La coesione ha accompagnato i grandi successi europei. Ma non ha impedito la nascita di diversi Mezzogiorni d’Europa. Oggi il nuovo divario europeo non è dato solo reddito: è demografia, servizi, competenze, innovazione. Oggi una regione resta indietro non solo perché ha meno PIL, ma perché perde giovani, scuole, sanità, casa, lavoro qualificato. La verità è che la coesione produce risultati quando incontra istituzioni solide, capacità amministrativa, capitale umano, innovazione e visione strategica; produce risultati molto più limitati quando si limita a finanziare opere senza trasformazione produttiva, infrastrutture senza competenze, investimenti senza una prospettiva di sviluppo territoriale duraturo.
Certo, le cifre contano.
Ma la vera domanda non è quanto spendere. La vera domanda è per chi stiamo costruendo l’Europa del 2035 e del 2050.
Diminuirà la popolazione in età lavorativa, aumenterà il peso relativo della popolazione anziana e cresceranno le differenze territoriali tra aree capaci di attrarre persone e investimenti e aree che rischiano invece di entrare in una spirale di declino.
Per questa ragione considero limitante la narrazione secondo la quale la questione demografica sarebbe semplicemente un problema sociale o una voce di spesa aggiuntiva per i sistemi di welfare. È esattamente il contrario. La questione demografica è la grande questione economica dell’Europa del XXI secolo. Lo afferma con chiarezza il Rapporto Draghi.
Insomma non ci sarà competitività europea senza persone.
Possiamo investire miliardi nei semiconduttori, nei data center, nelle tecnologie avanzate e nella difesa comune; ma se non saremo capaci di formare nuove generazioni, di mettere le donne nelle condizioni di partecipare pienamente al mercato del lavoro, di trattenere i giovani nei territori e di contrastare lo spopolamento delle aree interne, nessuna strategia di competitività potrà produrre risultati duraturi.
Se la prima stagione della coesione europea aveva come missione principale la convergenza economica, la seconda stagione deve avere come missione la sostenibilità demografica e territoriale dell’Europa. Non si tratta di abbandonare gli obiettivi storici della coesione, ma di aggiornarli alle sfide del nostro tempo.
In questa prospettiva, le infrastrutture sociali assumono un significato completamente diverso da quello che hanno avuto finora nel dibattito pubblico. Gli asili nido, la sanità territoriale, le scuole, l’edilizia accessibile, i servizi per la non autosufficienza e le infrastrutture educative rappresentano infatti le condizioni che consentono alle persone di lavorare, costruire una famiglia, invecchiare con dignità e scegliere di restare nei territori.
Da questa consapevolezza nasce la proposta di un Patto europeo per le infrastrutture sociali e demografiche, fondato sul riconoscimento degli investimenti sociali come investimenti strategici per il futuro dell’Unione.
L’Europa funziona quando riesce a coniugare una forte capacità di azione comune con il protagonismo dei territori.
Ed è precisamente questa la sfida che abbiamo davanti oggi. Non scegliere tra Europa e territori. Non scegliere tra integrazione e sussidiarietà. Ma costruire un’Europa capace di essere più forte perché più vicina, più autorevole perché più democratica, più ambiziosa perché più radicata nelle comunità.
L’Europa che vogliamo deve essere l’Europa che trova il coraggio di ridefinire la propria missione storica davanti alle sfide del futuro. E se la generazione che ci ha preceduto ha costruito l’Europa della pace, del mercato unico e della moneta comune, la nostra generazione ha il compito di costruire l’Europa della sostenibilità demografica, della coesione territoriale e della competitività fondata sulla persona.
La coesione è la condizione della competitività europea nel XXI secolo”. Così il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia intervenendo a ‘L’Europa che vogliamo’ l’evento organizzato a Roma dalla delegazione dem a Bruxelles.


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