“Oggi salutiamo un uomo che non è stato soltanto un grande artista, ma una voce dell’anima collettiva di questo Paese.
Gino Paoli non ha semplicemente scritto canzoni. Ha scritto pagine di vita. Ha dato parole a sentimenti che spesso non sapevamo nominare.
Per intere generazioni, e certamente per la mia, le sue canzoni sono state poesie civili e intime insieme: capaci di raccontare l’amore, la solitudine, il tempo che passa, con quella semplicità che è propria solo dei grandi. Ma Paoli è stato anche qualcosa di più:
un uomo autentico, un generoso, un ribelle. Un ribelle gentile, se mi permettete, che alla fine degli anni ’50 ha cambiato la musica italiana, rompendo gli schemi e accompagnando gli italiani in una stagione in cui il nostro Paese era, davvero, al centro del mondo. Chi non ha immaginato almeno una volta, a modo proprio, la storia di una canzone simbolo come “Il cielo in una stanza”? Chi non ha sentito il peso lieve e malinconico del tempo in “Sapore di sale”? Chi non ha avvertito, almeno una volta, quella vertigine di “Una lunga storia d’amore”?
Paoli ci ha insegnato che la profondità non ha bisogno di rumore. Che si può essere rivoluzionari con una voce bassa. Che la libertà, quella vera, è prima di tutto una postura morale. E quella libertà lui l’ha praticata sempre. Anche fuori dal palcoscenico. E questa libertà l’ha portata anche nelle istituzioni. Gino Paoli è stato parlamentare: eletto alla Camera dei deputati nel 1987, nelle liste del Partito Comunista Italiano, ha ricoperto il suo mandato nella X legislatura fino al 1992.
Un’esperienza breve nel tempo, ma coerente con il suo modo di stare al mondo: senza mai piegarsi alle convenienze, senza mai rinunciare alla propria autonomia. E proprio questa schiena dritta io l’ho incontrata personalmente. Era il 2013.
Avevamo appena presentato in Parlamento una proposta di legge sulla web tax, un tema allora pionieristico e già controverso.
Lui fu tra i pochi e coraggiosi artisti a prendere posizione, a favore, senza ambiguità, anche contro i giganti del web.
E con lui un altro gigante del giornalismo come Andrea Purgatori. Ricordo ancora un lungo confronto, un dibattito intenso alla SIAE, guidato proprio da loro, dal quale uscimmo con una convinzione ancora più forte: quella di portare avanti una battaglia giusta.
Con Gino Paoli gli incontri erano sempre veri: senza formalismi, senza retorica, e con tanta sostanza. Quando quella proposta fu approvata e poi, come spesso accade, frenata, contestata, ostacolata da chi – ieri come oggi – preferisce prendere indicazioni dagli establishment d’oltreoceano piuttosto che difendere un interesse europeo, lui non arretrò di un passo. Gino Paoli non faceva calcoli. Non aveva esitazioni.
Sapevi sempre da che parte stava. Fece quello che aveva sempre fatto nella sua vita: stare dalla parte che riteneva giusta.
Con quella sua ironia sottile, quasi disincantata, che ti faceva capire che aveva già visto tutto, capito tutto… eppure continuava a crederci.
Era un uomo libero. E gli uomini liberi non sono mai comodi. Ma sono indispensabili. Oggi, nel ricordarlo, facciamo nostre anche le parole di Elly Schlein, che ha parlato di un “vuoto profondo nella musica e nella cultura italiana”. È vero. Ma è anche vero che ci sono vuoti che non sono silenzio: sono eredità. Gino Paoli ci lascia un patrimonio che non si consuma: le sue parole continueranno a vivere, a cambiare con noi, a raccontarci mentre cambiamo. Perché le grandi canzoni fanno questo: non restano ferme nel tempo, ma crescono dentro le persone.
E allora, forse, il modo più giusto per salutarlo non è dire addio. È riconoscere che, come nelle sue canzoni, ci sarà sempre una stanza, un’estate, una storia d’amore in cui la sua voce continuerà a parlarci. Con immensa gratitudine, ciao Gino”. Così il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia ha ricordato nell’aula del Senato Gino Paoli.