C` è qualcosa di profondo che attraversa le nuove generazioni in molte parti del mondo. Dalla Serbia al Nepal, dal Kenya alla Spagna, all`Albania, dalle piazze di Parigi a Saint-Denis, fino alle mobilitazioni italiane di questi giorni. Sono proteste diverse, nate in contesti lontanissimi, senza un`organizzazione comune. Eppure esprimono una domanda che le accomuna: vogliamo contare, decidere del nostro futuro, non ereditare un mondo nel quale tutto cambia tranne le ingiustizie. La Serbia ci consegna un`immagine straordinaria. Dopo una lunga stagione di mobilitazioni contro la corruzione, gli studenti hanno trasformato la protesta in partecipazione democratica, fino alla vittoria elettorale della loro lista e alla sconfitta del sistema di potere di Aleksandar Vucic. E nelle piazze di Belgrado, insieme ai ragazzi, hanno festeggiato anche le generazioni precedenti. Perché quando i giovani riaprono una prospettiva di cambiamento, restituiscono speranza all`intera società. Non è un unico movimento internazionale, ma è una domanda che attraversa società diverse: il futuro non può continuare a essere deciso senza coloro che dovranno viverlo. Viviamo una contraddizione senza precedenti. Mai come oggi l`umanità ha avuto tanta conoscenza, capacità scientifica e potenza tecnologica. L`intelligenza artificiale cambia il lavoro, l`economia, le relazioni, la produzione della ricchezza. Eppure, mentre la tecnologia accelera, il progresso sociale rallenta. In alcuni ambiti arretra. Per milioni di giovani il lavoro non garantisce autonomia, i salari non consentono di progettare una vita, la casa diventa irraggiungibile. Le disuguaglianze si trasmettono da una generazione all`altra e il luogo in cui nasci continua troppo spesso a determinare le opportunità che avrai. Penso che i giovani abbiano ragione. Hanno ragione a chiedere un cambiamento profondo delle priorità. A non accontentarsi di un mondo nel quale la ricchezza cresce ma si concentra, le tecnologie avanzano ma i diritti non tengono il passo, le possibilità teoriche aumentano mentre quelle concrete si restringono. E allora guardiamo all`Italia. Quando decine di migliaia di ragazze e ragazzi scendono in piazza, non meritano, innanzitutto, di essere ascoltati? Quando gli agricoltori denunciano costi insostenibili, gli autotrasportatori protestano per il carburante, i lavoratori chiedono salari dignitosi, i medici e gli operatori sanitari denunciano le difficoltà della sanità pubblica, possiamo continuare a considerare tutto questo una successione di emergenze scollegate? E quando gli insegnanti arrivano a mettere il proprio corpo davanti agli studenti per proteggerli, non dovremmo interrogarci sulla responsabilità educativa e civile che stanno esercitando? Quante piazze devono riempirsi, quante famiglie devono dichiarare di non farcela più perché chi governa riconosca che esiste una profonda sofferenza sociale nel Paese? Non tutte queste proteste hanno le stesse ragioni. Ma sarebbe un errore non cogliere ciò che le attraversa: la distanza crescente tra le trasformazioni dell`economia e le condizioni materiali di vita delle persone. La protesta non giustifica mai la violenza. Chi aggredisce una persona, un agente delle forze dell`ordine o distrugge beni pubblici e privati deve risponderne. Ma condannare la violenza non può significare condannare un`intera generazione. Il governo continua, invece, a privilegiare una lettura securitaria del disagio giovanile. E la vicenda di Youssef Siher, il trentenne cresciuto nel bresciano fermato nell`inchiesta sul Movimento 17 ottobre, rischia di diventare l`ennesimo tentativo di spostare la discussione dalle ragioni delle mobilitazioni alla sola dimensione dell`ordine pubblico. Le accuse sono gravi e le responsabilità dovranno essere accertate dalla magistratura, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali. Ma non si può utilizzare un singolo caso giudiziario per oscurare la domanda sociale che arriva dalle piazze di un intero Paese. E se un Ministro della giustizia, davanti al disagio minorile, indica come risposta soprattutto la costruzione di nuove carceri, dobbiamo domandarci quale idea di società stiamo offrendo a questi ragazzi. Il Governo pensa di risolvere problemi sociali così seri con “chi rompe paga”? È un principio che, però, anziché valere per tutti, vive di deroghe in deroghe. Dovrebbe valere per chi evade le tasse, per chi sfrutta il lavoro, per chi viola le regole e sa di poter contare su una sanatoria o un condono. La legalità perde credibilità quando è inflessibile con i più deboli e indulgente con chi ha maggiore potere. Certo, la sicurezza è un diritto fondamentale. Ma serve, allora, una scelta politica di fondo: fare delle nuove generazioni il criterio con cui misurare ogni grande decisione pubblica. Significa investire nella scuola e nell`università, garantire il diritto alla casa e salari adeguati, rafforzare la sanità pubblica, sostenere ricerca e innovazione. Significa governare la rivoluzione tecnologica perché l`aumento della produttività diventi anche crescita dei salari, riduzione delle disuguaglianze, nuovi diritti e migliore qualità della vita. Per una cultura progressista questa deve tornare a essere la grande sfida: l`emancipazione. Liberare le persone dai condizionamenti economici e sociali che impediscono loro di realizzare le proprie aspirazioni. Restituire valore alla conoscenza, al lavoro, alla solidarietà, alla partecipazione democratica. Il futuro non è una concessione che una generazione fa a quella successiva. È un diritto che ogni generazione deve poter conquistare.
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