Un blitz da 30 miliardi di euro per scalare Delfin, cassaforte lussemburghese degli eredi Del Vecchio che custodisce le quote di EssilorLuxottica e pacchetti chiave in Generali, Unicredit e Mps. Dietro l`offerta c`è Michal Strnad, magnate ceco degli armamenti. Netta la presa di posizione di Leonardo Maria Del Vecchio: «Il lavoro di una vita di mio padre deve restare patrimonio dell`Italia; EssilorLuxottica è un campione globale che non può essere trattato come un asset qualsiasi e le istituzioni devono verificare la provenienza dei fondi». Sulla stessa linea il senatore Daniele Manca, capogruppo Pd in Commissione Bilancio a Palazzo Madama.
Senatore Manca, Leonardo Maria Del Vecchio difende l`eredità del padre e chiama in causa il governo. È d`accordo?
«Ha perfettamente ragione. Non è più sufficiente affidarsi ciecamente alle sole dinamiche di mercato quando sono in ballo i pilastri dell`economia reale del Paese. La vicenda Delfin non può essere liquidata come una semplice disputa ereditaria tra azionisti. Si tratta di un attacco all`Italia e al suo sistema produttivo e finanziario: parliamo del futuro di campioni industriali assoluti, a partire da EssilorLuxottica, e di perni del credito come Generali, Unicredit e Mps. Il mercato da solo non basta a garantire stabilità e visione strategica. Se la politica continua ad abdicare sostenendo che delle politiche industriali debbano occuparsi solo le imprese, si creano falle pericolose. Serve invece un vero piano regolatore dell`industria manifatturiera italiana per decidere quali filiere e asset sostenere. Senza un progetto strategico di lungo respiro, un grande Paese non produce crescita né futuro».
Di fronte a una cassaforte con sede in Lussemburgo, il governo può davvero fare scudo con il Golden power?
«In questo caso serve una precisa volontà politica. Se le istituzioni scelgono di disinteressarsene, è scontato che gli strumenti di difesa non si troveranno mai. Dobbiamo costruire un nuovo rapporto organico tra Stato e mercato, rompendo l`illusione liberista per cui tutto si autoregola. In questa legislatura la destra ha ignorato la necessità di una politica industriale pubblica. Quando si manifestano passaggi generazionali complessi o tensioni tra soci, il vuoto lasciato dallo Stato apre varchi a scalate esterne e opache. La sovranità economica si costruisce guidando i processi con investimenti, ricerca e supporto sistemico».
Michal Strnad, a soli 34 anni, guida un impero bellico arricchitosi con le commesse militari: che segnale manda questo tentativo di scalata sul Made in Italy?
«È la dimostrazione delle mostruosità che si generano quando il mondo disinveste dal multilateralismo e dalla pace per finanziare i conflitti. Le guerre portano lutti per i popoli, mentre consentono a singoli oligarchi e fabbricanti di armi di accumulare concentrazioni enormi di liquidità. Vedere un patrimonio di manifattura civile e banche insidiato dai profitti gonfiati dal conflitto in Ucraina è inaccettabile. Le istituzioni hanno il dovere morale e strategico di vigilare sull`origine di questi capitali e sbarrare la strada a speculazioni simili».
Sul piano dell`analisi di mercato, offrire 30 miliardi applicando uno sconto del 30% ha una reale sostenibilità per chi detiene le quote?
«Ha senso unicamente per l`acquirente, ma non ha alcuna logica per la famiglia proprietaria né per il sistema Paese. Perché mai i soci dovrebbero accettare una decurtazione così drastica su asset solidi che distribuiscono ottimi dividendi? Dietro quelle partecipazioni non ci sono mere righe di bilancio, ma migliaia di lavoratori e una quota rilevante del nostro Pil. Serve un richiamo forte alla responsabilità sociale dell`impresa per scongiurare un declino orchestrato a tavolino. La risposta agli appetiti speculativi deve essere un patto tra azionisti responsabili e governo, mettendo in campo le migliori intelligenze».