”Il risultato del referendum del 22 e 23 marzo ha detto molte cose.
Innanzitutto, c’è il dato straordinario quanto inaspettato della partecipazione.
Si sono recati alle urne quasi
il 60% degli elettori, un dato in controtendenza con le ultime tornate
elettorali. Ha certamente pesato su questo risultato, indiscutibilmente
positivo, la volontà di esprimersi sul quesito referendario, ma anche
la voglia di manifestare una insoddisfazione per come il Governo sta
affrontando, o non sta affrontando, i problemi reali e concreti delle
persone”. Così su Huffingtonpost.it il vicepresidente dei senatori
del PD Franco Mirabelli.
”L’altro fatto davvero rilevante è quello dell’alta partecipazione al
voto dei giovani. Sono stati più del 65% i giovani tra i diciotto e i
venticinque anni che sono andati a votare. Oltre ad esprimersi sul
merito, c’è una generazione – che tutti pensavano indifferente e
disinteressata – che ha preso parola. È la generazione che in questi
anni ha manifestato per la pace e per i diritti del popolo
palestinese, che non si è sentita rappresentata dal Governo e che ha
scelto di andare alle urne anche per questo. Pensare che questa
partecipazione e il segno che ha avuto si possano tradurre in un
consenso automatico a un partito o a uno schieramento sarebbe un
errore. Resta una generazione che non si sente rappresentata dalla
politica, che esprime domande e bisogni che la politica fa fatica a
comprendere e rappresentare. La sfida è quella di non disperdere questa
voglia di partecipazione politica che è, comunque, una risorsa per la
democrazia”.
”Serve ripensare l’agenda politica per questo – conclude il SENATORE
dem – e raccogliere una domanda di concretezza che, soprattutto,
questa generazione esprime. È evidente che il risultato del referendum
cambia molte cose. Prima di tutto si è chiusa una lunga stagione in cui
è prevalsa la narrazione di un Governo e di una Premier che potevano
contare sul sostegno del Paese. Ora è evidente che c’è uno spazio per
costruire una alternativa di Governo a quello della destra. Non c’è
nulla di automatico e certamente non è utile ripartire da una
discussione politicista e autoreferenziale. Serve, invece, dare
concretezza a una agenda che metta al centro i bisogni concreti delle
persone e del Paese”.