“L’esame del Rendiconto generale dello Stato 2025 e dell’Assestamento di bilancio 2026 non è un rito contabile di fine aula. Dovrebbe essere il momento in cui il Parlamento legge, nei numeri, la situazione reale dei conti pubblici e dell’economia del Paese. E i numeri di quest’anno raccontano un’Italia che galleggia: non cade, ma nemmeno riparte”. Lo ha dichiarato il senatore del Pd Antonio Misiani, responsabile economico del partito, intervenendo in discussione generale in Aula al Senato.
“Siamo nella nuova governance economica europea, con le regole del Patto di stabilità riscritte e un percorso di rientro del debito che l’Italia deve rispettare”, ha spiegato il parlamentare dem. “In questo quadro, il Rendiconto e l’Assestamento ci consegnano un Paese che si trascina: crescita ferma poco sopra lo zero virgola nonostante il PNRR, terz’ultimi nella UE; un deficit ancora a ridosso della soglia del 3%, tanto da tenerci dentro la procedura per disavanzo eccessivo; la pressione fiscale al massimo dal 2014; un debito pubblico che sfiora i 3.100 miliardi, il 137,1% del PIL, con una spesa per interessi che mangia risorse destinate a scuola, sanità, infrastrutture”.
“La maggioranza rivendica la crescita dell’occupazione, ma bisogna avere l’onestà di dire quale occupazione cresce: soprattutto tra i lavoratori più anziani, mentre i giovani continuano a partire. È una staffetta generazionale rovesciata, dove chi ha più esperienza resta forzatamente al lavoro e chi ha più energia cerca altrove salari e prospettive migliori. Un Paese che perde i suoi giovani non gestisce un problema demografico: ipoteca il proprio futuro”, ha aggiunto il senatore, citando i dati Istat sull’emigrazione dei giovani italiani.
Per Misiani, tra il 2022 e il 2025 si sono ridotti in percentuale del PIL gli stanziamenti per istruzione pubblica, università, ricerca e innovazione, casa e assetto urbanistico, lotta alla povertà, trasporti, politiche industriali e fondo sanitario nazionale. “Non tutto diminuisce, a dire il vero: aumenta la spesa militare. È una scelta politica precisa, non una necessità contabile: si sottraggono risorse a welfare, scuola, cura delle persone, per destinarle alla difesa. Una tendenza che prosegue nel triennio 2026-2028”.
“La pressione fiscale supera il 43%, tra le più alte della nostra storia, ma colpisce in modo profondamente ingiusto: pesa soprattutto su lavoro dipendente e pensionati, sul ceto medio massacrato dal fiscal drag, mentre il sistema resta strutturalmente regressivo verso una piccola minoranza di contribuenti ad alto reddito e ricchezza. Non è un’invenzione ideologica: lo dicono gli studi più recenti sulla distribuzione del carico fiscale nel nostro Paese. Il fisco italiano è sempre più favorevole alla rendita e nemico della crescita, di chi lavora e di chi si assume il rischio d’impresa”.
“Il Rendiconto 2025 e l’Assestamento 2026 rappresentano un Paese molto lontano dalla solidità che il Governo rivendica nelle sue conferenze stampa. Fotografano un Paese che rinuncia a scegliere: rinuncia a tagliare davvero il debito, rinuncia a investire dove si costruisce crescita, rinuncia a un fisco più giusto, rinuncia persino a spendere le risorse che stanzia per le grandi opere che dice di voler fare. Non è prudenza: è assenza di visione. E il conto, come sempre, lo pagano i soliti noti: famiglie, lavoratori, imprese e territori”, ha concluso Misiani.