“Posto che i quattro membri del
Garante della Privacy, dopo quanto è emerso sui loro
comportamenti dalle recenti inchieste giornalistiche, hanno
perso ogni credibilità, e per questo dovrebbero dimettersi
immediatamente, appare corretto anche avviare una riflessione
strutturale sulle regole di nomina di questi collegi”. Lo
dichiara il senatore del PD, Dario Parrini, vicepresidente della
commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. “A mio
giudizio è evidente che più il quorum di elezione è alto e
maggiore è per i partiti la spinta ad adottare scelte condivise
e di alto profilo, come tali caratterizzate da un forte tratto
di autonomia e indipendenza. Da questo punto di vista è
difficile negare che sarebbe una scelta di buonsenso fissare,
magari insieme ad altri criteri di salvaguardia della bontà
delle nomine, la regola per cui non si può diventare membri di
un’Autorità indipendente scaturente dal voto delle aule
parlamentari se non si ottiene l’approvazione di almeno i tre
quinti degli aventi diritto (come avviene oggi per i membri
laici della Corte Costituzionale) o dei votanti (come avviene
oggi per i membri laici del Csm). Per il Garante della Privacy,
e non solo per esso, le norme attuali prevedono che si proceda
invece col voto limitato, un sistema che ha altissime
probabilità di generare un grado di legittimazione degli eletti
assai basso. Si pensi come esempio al fatto che nel luglio 2020
i quattro componenti dell’attuale Garante della Privacy vennero
eletti due dal Senato (Ghiglia e Stanzone con appena 123 e 121
voti, cioè col consenso di meno del 40% degli aventi diritto) e
due dalla Camera (Scorza e Cerrina Feroni con appena 237 e 209
voti, vale a dire col consenso rispettivamente del 33 e del 37%
degli aventi diritto). Per contro, gli ultimi 4 membri laici
della Corte Costituzionale designati dal Parlamento nel febbraio
scorso (Cassinelli, Luciani, Marini e Sandulli) sono stati
eletti ciascuno con circa 500 voti su un totale di poco più di
600 aventi diritto, ovvero con il consenso di oltre l’80% di chi
poteva esprimere un voto. E con più di 500 voti su oltre 600
aventi diritto vennero eletti nel gennaio 2023 quasi tutti i
membri laici dell’attuale Csm. È chiaro che, a parità di altre
condizioni, una scelta appoggiata da meno del 40% degli aventi
diritto tende ad avere un peso e un valore ben diversi in
confronto a una scelta che si sorregge su una percentuale di
consensi più che doppia.”


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