Dice Enza Rando che quando ha saputo della morte di Denise Cosco ha provato le stesse cose di 17 anni fa: “Mi dissero che Lea non si trovava e io ero stordita, provavo una sensazione di smarrimento profondo, come adesso”.
Avvocata, già vicepresidente di Libera, senatrice e responsabile antimafia Pd, Rando ha conosciuto bene Lea Garofalo e sua figlia Denise, morta due giorni fa dopo essersi lanciata dalla finestra di casa.
“A Lea diede il mio numero don Ciotti. Venne a trovarmi nel mio studio con un piccolo vassoio di dolci: chi va da un avvocato coi dolci? Quel dettaglio mi colpì”.
Aveva già denunciato l`ex compagno e la sua famiglia, legata alla ‘ndrangheta?
Sì, solo che l`avevano considerata collaboratrice di giustizia, non una testimone. Ma lei non aveva compiuto reati, non aveva niente di cui pentirsi. In più per ottenere la protezione un collaboratore deve fare dichiarazioni nuove per le indagini.
Quando vide Lea Garofalo per l`ultima volta?
Quattro giorni prima dell`omicidio, nel novembre 2009. Eravamo io, lei e Denise a Firenze. Io le avevo sconsigliato di tornare a Milano per vedere l`ex compagno. Ma lei andò comunque. Viene rapita e uccisa. Il corpo dato alle fiamme. Dopo l`omicidio, anche Denise diventa testimone al processo contro suo padre, Carlo Cosco. Aveva poco più di 18 anni, fu una sofferenza enorme. Quando vennero trovati i resti del corpo della madre, Denise dovette riconoscerli: ci riuscì grazie a una collana.
Fu Denise a decidere di seppellire la mamma a Milano e non in Calabria
Sì, subito dopo la sentenza disse: ora possiamo fare il funerale. E dobbiamo farlo a Milano: mia madre è venuta qui per cercare la libertà anche per me, quindi deve riposare qui. Oggi spero che Denise sia seppellita vicino alla mamma al cimitero Monumentale.
Che tipo era Denise?
Una guerriera coraggiosa. Sapeva pure ridere, aveva voglia di vivere. Ma anche una fragilità, una ferita interiore che si manifestava coi silenzi. La madre aveva detto: fatela studiare. E lei studiava, era bravissima a scuola. Poi, però, a un certo punto smetteva di andarci perché diceva: se continuo penso alla mamma.
Il caso di Lea Garofalo ha cambiato il mondo dell `antimafia?
Assolutamente sì e le spiego perché: molte donne di mafia hanno guardato in tv il bel film di Marco Tullio Giordana (Lea) e mi hanno detto di aver imparato che da una certa condizione familiare si può uscire. Lea non è la prima vittima di mafia donna, ma ha dato un esempio potentissimo: si può stare dalla parte giusta, recidendo i legami familiari
La legge “Liberi di scegliere”, che lei ha fatto approvare in Parlamento, dà supporto a donne e minori di famiglia mafiosa: nasce dalla storia di Lea Garofalo?
Certamente, è una legge pensata per chi non ha cose da raccontare, ma per quelli che io definisco testimoni culturali: si può spezzare il legame di sangue. Sa cosa mi ha detto Lea prima di morire? Di me si parlerà quando non ci sarò più. Mi vengono i brividi a pensarci ora. Spero che si parlerà pure della storia di Denise.
Lei ha scritto sui social: “Dobbiamo prenderci cura di chi è sopravvissuto, non lasciare che le ferite provocate dalla mafia diventino destino”. Lo Stato lo sta facendo?
Credo che con la legge “Liberi di scegliere” un passo avanti si è fatto, abbiamo tentato di dare uno strumento. Ma sui collaboratori e sui testimoni credo che lo Stato debba fare molto di più. Non vanno lasciati soli, anche dopo.
Denise aveva un compagno, un figlio: era riuscita ad andare oltre?
Direi proprio di sì. Con lei il sistema di protezione ha funzionato.
Non si aspettava dunque questa morte?
No, non mi aspettavo questo gesto, pensavo che ci avrebbe chiesto aiuto, anche se lei spesso non ci diceva le cose brutte. Sono sicura che la magistratura farà il suo lavoro, perché c`è un bambino. Un giorno crescerà e dovrà sapere la verità sulla morte di sua madre.


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