“Il decreto Sicurezza è un provvedimento che introduce l’ennesimo aumento di reati su condotte che sono in realtà già contemplate da norme vigenti, riscritte male e con una serie di incongruenze e sovrapposizioni. Un’altra norma manifesto all’insegna dell’uso simbolico del diritto penale. Il fermo preventivo in un colpo solo viola una serie di principi costituzionalmente molto rilevanti, tra cui quello della libertà di manifestare e che nasconde la totale mancanza di una strategia sulla gestione delle piazze e dei deprecabili fenomeni di violenze messe in atto da alcuni manifestanti a scapito di chi manifesta pacificamente. Un decreto che ha molto a che fare con l’autoritarismo punitivo che sta subendo pesanti sconfitte in Europa, vedi Ungheria, ma che viene riproposto senza ravvedimenti in Italia. Non siamo più a prove tecniche, ma una vera e propria pratica legislativa dell’autoritarismo punitivo. Sugli articoli 8 e 9 si esce dalla normativa penale per punire con una sanzione amministrativa applicata direttamente dal prefetto, impugnabile solo in un secondo tempo, quindi un intervento repressivo privo del preventivo controllo giurisdizionale. Ma non eravate quelli del giusto processo? Naturalmente non poteva mancare sul carcere un intervento fuori da ogni ossequio del principio di uguaglianza di fronte alla legge e di garantismo, in particolar modo all’articolo 28 laddove si crea un doppio binario in ragione del delitto d’autore, cioè della nazionalità dell’autore. Emerge che l’impostazione di questo decreto è ancora una volta riconducibile al potere verticale e senza limiti, insofferente al dissenso e al pluralismo. Un’ impostazione bocciata clamorosamente, non dalle corti nazionali o internazionali a cui la maggioranza è palesemente ostile e insofferente, ma da quel popolo tante volte evocato ma che ancora si riconosce e si unisce nei valori fondanti della Costituzione”.
Lo ha detto in aula la vicepresidente dem del Senato, Anna Rossomando.


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