Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato, qual è la maggiore preoccupazione legata al blocco di Hormuz?
«I danni alle imprese italiane che, in queste settimane, si sono realizzati. Il Forum italiano sull`Export ha stimato in 20-21 miliardi di ami il valore delle merci bloccate, 3 o 4 miliardi è il valore di quelle già deperite, non recuperabili. Significa che una crisi logistica rischia di trasformarsi in una crisi industriale. Poi ci sono i danni futuri, che saranno ancora più ingenti».
Cosa dovrebbe fare il governo? O cosa avreste fatto voi del Pd se foste stati voi al governo?
«Intervenire in difesa delle nostre imprese, con strumenti simili a quelli adottati in epoca Covid: una quota di credito d`imposta urgente, un sostegno alla liquidità, accesso a finanziamenti a lungo termine da restituire a tasso zero. Mettendo in moto Sace e Cdp, con le risorse necessarie per una vicenda eccezionale come questa».
Risposte dall`esecutivo?
«Nessuna. Né dalla premier, dal ministro degli Esteri, dal ministro del Lavoro, o da quello delle imprese. E intanto le imprese hanno la necessità di dare risposte, ogni giorno, ai propri fornitori e ai propri clienti. Perché è evidente che ci saranno ritardi nelle consegne, aumenti dei prezzi, ordini industriali annullati».
Si era proposto, più al livello europeo che italiano, di inviare navi a difesa di quelle commerciali bloccate a Hormuz. Che ne pensa?
«Che non ci si lava la coscienza in questo modo, perché gli armatori non mettono a rischio il loro capitale, inviando navi sottoscorta. Fino a che non c`è una pace vera, duratura, quello Stretto non funziona più».
Vede, da parte della premier Meloni, un riposizionamento rispetto alla linea su Trump e Natanyahu, soprattutto dopo il No al Referendum?
«Nel brevissimo periodo, la reazione mi è sembrata quella di un pugile che subisce una botta inaspettata. Poi c`è stata la solita arroganza: un rimpasto mascherato, il solito atteggiamento di forzatura in Parlamento su decreto sicurezza, con la vicenda scandalosa degli “avvocati a premio”, sull`energia, sui carburanti, anziché aprire realmente alle opposizioni per condividere le misure economiche sulla guerra». E sul fronte internazionale?
«Il governo non ha neppure accettato l`idea di votare la mozione per aggiornare il profilo criminale di Netanyahu dopo il genocidio del 2025. Meloni si è svegliata dopo 70 mila morti e la mastodontica forzatura dell`attacco al Papa: dopo qualche ora ha preso coraggio, detto qualche parola, scoperto anche che con i “Volenterosi” ci si può riunire dal vivo e non solo da remoto. Vedo dei segnali, ma dovrebbe riconoscere che l`appiattimento su Trump ha prodotto danni all`Italia e al mondo intero».
Il Pd al governo cosa avrebbe fatto?
«Intanto avremmo riconosciuto la Stato di Palestina. Poi avremmo rotto tutti i rapporti con l`amministrazione Netanyahu, che non rappresenta tutto il popolo israeliano dove c`è tanta gente che manifesta contro quello che è un vero regime e che va guardata con speranza. Avremmo detto no all`invasione della Cisgiordania e a tutte le guerre illegali di Netanyahu. E su Trump avremmo reagito diversamente sui dazi. In quella situazione, l`ho già detto, anche von der Leyen ha sbagliato: al 15% americano si doveva reagire con norme anti-coercizione, come chiedevano Macron e Sanchez. Trump è un bullo e ai bulli si deve reagire. L`Italia da sola è debole, ma se risponde con Francia, Spagna e Germania, che è la grande assente di questo periodo, bè le cose cambiano».
La sconfitta di Orban in Ungheria è il segnale che i sovranismi stanno entrando in crisi?
«Di sicuro il nazionalismo ha fallito alla prova della gestione delle complessità sociali. Spingere come ha fatto Trump sulle identità maggioritarie mette in discussione quello che, per fortuna, nella nostra Costituzione è scolpito: l`uguaglianza degli essere umani per religione, sesso, etnia. La sconfitta di Orban segna un passaggio importante: il modello sovranista produce debolezza e isolamento. Ora sta all`Europa dare le risposte: all`America di Trump, ma anche alla Cina che osserva e si posiziona».
La ricetta della sinistra?
«La conferenza di Barcellona, con l`importante intervento di Elly Schlein, è stata significativa: bisogna costruire l`Europa della giustizia sociale, di chi unisce e non di chi divide. Sanchez ha dimostrato che si può fare e i rapporti di Draghi e Letta dovrebbero diventare dei piani europei, non solo dibattiti filosofici».
E in Italia?
«La destra italiana è rimasta ancorata a quel modello, dove l`immigrato resta il capro espiatorio. Cosa resterà di questo governo? Quattro decreti sicurezza e quattro decreti immigrazione in quattro anni».
I dati macro-economici, Spread, occupazione, non sono così negativi però…
«Insomma. Lo Spread misura il differenziale tra titoli italiani e tedeschi, ma se riduciamo la distanza dalla Germania perché la Germania va male non vuol dire che l`Italia stia bene. E sull`occupazione: calerà ancora, e i giovani occupati sono sempre meno. Ogni anno, da 2014 ad oggi perdiamo 350 mila persone l’anno, siamo scesi da 60,5 milioni di italiani a 58,5. Il lavoro è un lavoro povero, i salari non crescono, le casse integrazioni aumentano, il carrello della spesa è sempre più caro».
Ma se si votasse adesso, sareste pronti a governare?
«Certo, prontissimi. E non sarà difficile trovare il o la premier L`importante è che sia una scelta condivisa e le primarie sono sicuramente uno strumento importante».
Ma quando si vota, secondo lei?
«Questa maggioranza di governo non ha più nulla da dirsi, ma credo che Meloni proverà a stare a palazzo Chigi fino all`ultimo giorno. Un supplizio per tutti. Noi intanto andiamo avanti a fare opposizione dura, portando avanti le nostre proposte: ne abbiamo 16 comuni, tra i partiti del centrosinistra. Se Meloni si chiude nel fortino, bisogna lavorare perché il fortino crolli prima».


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