Francesco Boccia, capogruppo del Pd in Senato, la prima cosa che ha pensato quando ha sentito le dichiarazioni di Trump su Meloni?
«Beh, per qualsiasi italiano la reazione immediata è la difesa della dignità delle nostre istituzioni. Le parole del presidente americano sono inaccettabili e vanno respinte. Su questo non possono esserci ambiguità. Poi, se si va oltre il terreno dell`emotività, ci si rende conto che la questione è tutta politica».
Quindi?
«Si capisce che la strategia su cui Giorgia Meloni ha costruito il suo posizionamento internazionale è fallita. Noi avevamo messo in guardia il centrodestra non appena Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca. Oggi non sta facendo niente di diverso da quello che ha sempre fatto: difendere gli interessi di una parte degli americani, quelli che coincidono con i suoi, in modo brutale e arrogante».
A destra sono convinti che la presidente subisca questi attacchi proprio perché ha mantenuto la schiena dritta con il tycoon..
«Ma la schiena dritta su cosa? Sui dazi? Sulle spese militari? Sulla candidatura di Donald Trump al premio Nobel? A me pare che le scelte di Giorgia Meloni ci abbiano fatto buttare via due anni di vita, sottraendoli all`Europa. Per giunta, facendoci credere che la vicinanza politica e personale con Trump avrebbe rafforzato il peso dell`Italia come ponte per l`Europa. Ha presentato come successi concessioni che hanno pesato sulle finanze pubbliche italiane, facendo aumentare, più che il nostro rispetto, le nostre dipendenze. Ma la cosa paradossale è un`altra».
Quale?
«Che la rottura non c`è stata sui grandi dossier. Basti pensare che il primo attacco risale alla difesa di Papa Leone».
Allora Elly Schlein aveva subito espresso solidarietà. Stavolta ha atteso fino a sera. Come mai?
«La scelta della segretaria in quella circostanza è stata assolutamente corretta. In questo caso, le accuse di Trump ci indignano, dopodiché non si può trascinare l`Italia in questi che riguardano rapporti personali».
Che differenza c`è?
«Ad aprile c`era stato il tentativo di rompere una relazione consolidata. Oggi registriamo un`offesa personale – che condanniamo senza se e senza ma – però resta la questione, tutta politica, del fallimento della strategia estera di Meloni. Basti guardare a Pedro Sanchez: anche lui si è preso strali dal presidente americano, ma dicendo no alle scelte che riteneva contrarie all`interesse della Spagna. Quello che voglio dire alla destra italiana è che un capo di governo non viene giudicato dalla cordialità dei rapporti personali con il leader degli Stati Uniti, ma per la capacità di tutelare il proprio Paese».
Cosa crede succederà ora?
«La questione qui è che quando si sbaglia politica estera, poi arriva il conto economico. Il conto più salato lo stanno pagando le imprese e i cittadini. Ora io mi aspetto che Meloni imbocchi l`unica strada maestra che le consigliamo da tempo: l`Europa. Lei deve fare l`europeista e non venirci a raccontare la storia, come ha fatto in Aula, di una pseudo-burocrazia europea che crea ostacoli. Unisca le forze con Francia e Spagna. Sposti il baricentro della Germania, che oggi ha una linea più conservatrice con Merz. L`Ue deve alzare il livello del confronto con gli Usa senza temere scontri: dagli approvvigionamenti delle materie prime alle politiche commerciali».
Ha fatto bene Tajani a disdire la presenza al Forum di Miami?
«Sarebbe stato umiliante per lui andare lì. Noi però dal ministro degli Esteri ci saremmo aspettati reazioni analoghe per il genocidio di Gaza e per i disastri fatti a Hormuz. Alla fine sono arrivate, ma troppo tardi».
Anche la politica estera sarà al centro delle due piazze pubbliche che il campo largo organizzerà a luglio?
«Lo decideremo tutti insieme, ma ribadisco un punto: possiamo avere sensibilità diverse, altrimenti saremmo lo stesso partito, ma non abbiamo divisioni profonde come quelle che ci sono tra Salvini, Meloni e Tajani. Tra l`altro, anche loro quando erano all`opposizione presentavano in Parlamento risoluzioni diverse».
Condivide l`endorsement di Dario Franceschini a Silvia Salis? Serve che guidi l`area centrista?
«Franceschini fa bene, come sempre, a coinvolgere tutti. La politica per alcuni è tipo fantacalcio. Da quando ero consigliere comunale penso che ogni incarico sia un privilegio che la comunità ti affida, non un merito assoluto. E non va mai dimenticato. Servono idee e una visione comune di società alternativa, non salvatori della patria. Non siamo la destra».
Giuseppe Conte teme che l`elettorato M5S possa non accettare il criterio del partito con più voti per la scelta del premier. Questo aspetto vi preoccupa?
«No, perché con Giuseppe c`è la condivisione di un progetto per il Paese. Sentiamo tutti di avere la responsabilità di costruire l`alternativa e i nostri elettori non ci perdonerebbero eventuali errori. In genere, il partito maggiore della coalizione è quello a cui si guarda per la premiership. Ad ogni modo, qualsiasi scelta decideremo di prendere, la prenderemo insieme».


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