“Siamo dentro un tempo che corre più veloce delle nostre biografie, un tempo in cui un capitalismo digitale globale ha cambiato tutto: il lavoro, i rapporti sociali, le forme della produzione, persino il modo in cui percepiamo la realtà. È un capitalismo che rende molte cose più semplici e immediate, che apre opportunità straordinarie, ma che, come ogni rivoluzione capitalistica, ha ampliato le disuguaglianze, ha concentrato ricchezza e potere nelle mani di pochissimi, e insieme al potere economico ha concentrato anche il potere geopolitico e militare.
In questo tempo, le distanze non sono più solo tra Nord e Sud, tra città e aree interne: sono distanze verticali, tra chi ha accesso alle tecnologie, alle competenze, al credito, e chi non ce l’ha. Tra chi può cambiare vita con un clic e chi resta prigioniero del proprio destino. Tra chi è proprietario dei dati del mondo e chi è diventato il dato del mondo.
Se questo è il contesto in cui si è dispiegata l’avanzata della destra nel mondo noi in Italia abbiamo cominciato un cammino lento, non semplice, quello verso l’unità delle forze di opposizione progressista in Parlamento.
Lo facciamo perché consapevoli che Giorgia Meloni nel 2022 è andata a Palazzo Chigi non perché rappresenta la maggioranza del paese ma soprattutto perché il nostro campo si è presentato diviso.
Noi abbiamo una responsabilità più grande di quella che avevano le generazioni che ci hanno preceduto.
Perché non basta più distribuire ricchezza: bisogna distribuire poteri.
Non basta più garantire servizi: bisogna garantire diritti nel mondo nuovo, in un’economia dove il valore non è solo nei beni ma negli algoritmi, nelle piattaforme, nella capacità di disegnare il futuro.
La destra vede questo mondo complesso e reagisce chiudendo: difende solo alcune identità e solo quando le percepisce come maggioritarie. Eleva a valore politico le linee di divisione più antiche: la razza, il sesso, la religione. Sogna società omogenee, gerarchie, costruisce muri simbolici e materiali. Divide.
Noi no.
Noi siamo quelli che allargano, non restringono.
Noi siamo quelli che garantiscono diritti umani, civili, economici e sociali non a chi è uguale, ma proprio a chi è diverso.
Noi siamo quelli che costruiscono convivenza in un mondo aperto e connesso, non quelli che la negano.
Noi siamo quelli che vedono la pluralità delle identità non come un pericolo, ma come la ricchezza più grande della democrazia.
Ecco perché c’è bisogno di unire le forze e io non riesco oggi a concepire la differenza tra progressisti e riformisti. E il compito che si è assunto il Pd di Elly Schlein è quello di unire.
Dentro questa visione c’è anche la nostra battaglia economica.
E noi stiamo lavorando in primis per far sì che il lavoro non diventi una trappola di povertà. Giorgia Meloni ci racconta che l’occupazione è aumentata. Ma la verità è che sono aumentate le ore di cassa integrazione e che crolla la produzione industriale. E siamo alla quarta manovra del governo Meloni che non sta facendo nulla per il Paese.
Ecco perché dobbiamo insistere per un nuovo patto sociale che tenga unito il Paese.
Perché questo deciderà se il lavoro resterà una trappola di povertà o tornerà a essere un ascensore sociale. È ciò che deciderà se il Mezzogiorno tornerà marginale o diventerà la grande frontiera dello sviluppo sostenibile del Paese. È ciò che deciderà se le imprese torneranno a investire o continueranno a rinviare.
È ciò che deciderà se i nostri salari reali resteranno fermi o ripartiranno.
Noi sappiamo che oggi l’interesse nazionale si difende solo dentro una grande Europa progressista, capace di avere autonomia strategica, politica industriale, investimenti comuni, protezione dei dati, regolazione delle piattaforme, leadership democratica sul digitale.
L’Europa non è un vincolo: è il nostro moltiplicatore di libertà.
Senza Europa non c’è Italia forte: c’è solo un’Italia sola.
Elly Schlein ha ricucito la relazione sentimentale con la nostra base.
Ed è un lavoro complesso e non semplice che necessita di una visione comune non sul come ma sul perché. Invece ho la sensazione che spesso ci si concentri solo sul come e sul chi debba farlo, sottovalutando che la frattura tra popolo ed élite progressiste non è ancora completamente ricomposta e basta poco per tornare al passato e agli errori del passato. La gestione politica del dopo Berlusconi 2011 ci costo’ il governo Bersani e uno strappo con la nostra base che diede l’ultima spinta alla nascita di movimenti che provavano a rappresentare proprio quelle istanze. La storia successiva è nota. Così come le sconfitte sonore del 2018 e del 2022 dovrebbero esserci sempre d’insegnamento.
Oggi siamo il partito che parla di salari, di produttività, di Mezzogiorno, di giovani, di scuola, di diritti, di Europa, di pace.
Siamo noi quelli che stanno costruendo, con le altre forze di opposizione, l’alternativa alla destra più ideologica della Repubblica.
Siamo noi, ancora una volta, quelli che hanno il compito di tenere insieme il Paese”. Così il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia nel suo intervento a ‘Costruire l’alternativa’ in corso a Montepulciano.