“Il ddl sugli alunni con alto potenziale cognitivo ha una storia lunga, iniziata in altre legislature e raccoglie le istanze delle famiglie e del mondo della scuola. Noi condividiamo l’obiettivo della scuola inclusiva anche per i più dotati, tuttavia riteniamo che per esserlo davvero la scuola debba poter praticare una differenziazione didattica che legga i particolari contesti di apprendimento, prima di creare categorie tra alunne e alunni, studentesse e studenti. E’ un terremo scivoloso e delicato, occorre leggere i contesti in cui gli alunni sono inseriti, le loro differenze e i loro bisogni, è necessario vedere tutti nelle loro differenze, altrimenti ogni intervento rischia di essere inefficace dal punto di vista pedagogico e culturale”. Lo dice la senatrice Cecilia D’Elia, capogruppo del Pd nella Commissione Istruzione, che è intervenuta in Aula in dichiarazione di voto.
“Non è una condizione di per sé problematica – ha proseguito D’Elia – ma può diventarlo. Nel testo si fa sempre e solo riferimento alla maggiore e più veloce capacità di apprendimento e poco al gruppo classe, in cui avviene l’apprendimento, poco alla dimensione relazione ed emotiva. Ci asteniamo perché è insufficiente il modo in cui è individuata la plusdotazione e perché il tutto è affidato a una delega molto ampia. Anche in vista della sua attuazione, evidenzio alcune criticità: è necessario tenere conto della multifattorialità della plusdotazione, che può non esprimersi solo nella sfera cognitiva; esistono questioni riguardanti i retaggi famigliari e culturali degli studenti. Ed esiste anche una questione di genere di cui tener conto. Infine, non siamo all’anno zero: un comitato tecnico-ministeriale era al lavoro per linee guida nazionali sull’inclusione dei plusdotati, ci sono state proficue sperimentazioni nelle scuole, da cui senz’altro partire. Il rischio è che di tutto questo non si tenga conto”.


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