Il senatore Pd: “La premier ora sa che il tycoon vuole vassalli. Bene Schlein-Obama, può ripartire la stagione Clinton-Blair”
«Rubio dal Papa? A Washington si sono resi conto che non possono continuare a urtare la sensibilità di milioni di cattolici americani», dice Graziano Delrio, ex ministro e ora senatore del Pd.
Quindi, la visita del segretario di stato americano in Vaticano è servita a tranquillizzare gli elettori cattolici di Trump?
«Nemmeno a lui sfugge che tutti i poteri vivono grazie a un`investitura dal popolo. E attaccare il Papa con arroganza significa offendere un bel pezzo di elettorato repubblicano. Non è stata una grande idea». Lo strappo è stato ricucito?
«Intanto, c`è stato finalmente un gesto di realpolitik, riconoscendo il Papa come un interlocutore serio e imprescindibile. La Santa Sede è maestra di diplomazia, quindi, sa distinguere tra popoli e governi. Vale per gli Stati Uniti, per Israele, per la Russia. In concreto, però, non credo cambierà nulla».
In che senso?
«Trump non modificherà il suo atteggiamento, non saprà controllarsi. Lui non rappresenta il pensiero occidentale, che si basa sul senso del limite, l`equilibrio dei poteri, il rifiuto della logica della forza, il rispetto della dignità umana. Tutti principi che il presidente americano sta calpestando».
Dunque, come si fa?
«Si resta amici degli Stati Uniti, si curano le relazioni diplomatiche, anche se l`attuale amministrazione ha commesso errori e fatto scelte gravissime. Come quella che ha portato alla guerra in Iran, il cui bilancio è del tutto negativo: il regime di Teheran si è radicalizzato e la guerra ha provocato una crisi globale economica ed energetica. La guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato».
Crede che anche Giorgia Meloni abbia capito che Trump non ha limiti?
«Penso di sì, lo ha toccato con mano, ha capito che Trump non vuole alleati, ma vassalli. Dopo l`attacco scomposto al Papa, si è trovata a un bivio e ha saggiamente iniziato a prendere le distanze. Spero si sia resa conto che, se il parametro è la forza economica e militare, con gli Stati Uniti bisogna rapportarsi come Europa per resistere».
Quindi, lei vede un riposizionamento della premier?
«Mi sembra evidente, dettato anche dai sondaggi. Non le conviene continuare a mostrarsi al fianco di Trump, che in Italia ha ormai un tasso di impopolarità del 90%».
A un anno dalle elezioni, Meloni potrebbe ricostruirsi un`immagine diversa e recuperare consensi?
«Lei sa fiutare l`aria ed è brava ad adattarsi. L`errore peggiore per noi del centrosinistra sarebbe sottovalutarla e pensare la destra ormai al capolinea. La partita è lunga e bisogna giocarla. Poi, certo, molto dipenderà da quello che Meloni farà, al di là delle parole».
A cosa pensa?
«Al suo atteggiamento in Europa, dove finora è andata a braccetto con i nazionalisti, remando contro una maggiore integrazione europea. Esattamente quel che vuole Trump, per avere di fronte una controparte più debole. Vedremo se Meloni, d`ora in avanti, a Bruxelles avrà una postura diversa».
Ad esempio, dando il suo via libera allo stop dell`accordo di associazione tra Ue e Israele? O dicendo addio al ruolo di Paese osservatore nel Board of peace per Gaza?
«Non penso lo farà. Anche se il Board of peace delegittima le Nazioni unite e le sedi multilaterali, è un`istituzione dipendente da Trump. Nonostante questo, io spero, ma non credo, che riuscirà negli obiettivi di disarmare Hamas e di consentire ai palestinesi di costruire liberi il loro futuro. L`Onu aveva dato il via libera a un`iniziativa di Francia e Arabia Saudita molto più solida».
Tornando all`Europa, l`ordine internazionale può essere davvero ricostruito partendo da qui, come ha detto il premier canadese Mark Carney?
«Prima parlavo del pensiero occidentale che Trump non rappresenta. Ecco, deve nascere un pensiero occidentale a trazione europea, su cui ricostruire insieme ad altri un ordine mondiale, dove tutti i popoli hanno uguali dignità: lo scontro fra il Papa e Trump nasce anche da questa visione diversa».
Elly Schlein è volata in Canada per incontrare Carney e Barack Obama.
«Ha fatto benissimo, perché è utile stabilire contatti e ampliare l`alleanza delle forze democratiche a livello internazionale. In questo modo, possiamo puntare a una riscossa del fronte progressista, spero che emerga qualcosa di simile a quello che avvenne al tempo di Clinton e Blair: l`apertura di una grande stagione di riformismo, che metta fine a questa epoca segnata dai nazionalismi».