Graziano Delrio, 65 anni, è stato ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dal 2015 al 2018, con i governi Renzi e Gentiloni. In quel periodo si occupò direttamente del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Salvini dice che è un giorno storico. È davvero così?
«Intanto bisognerebbe capire che il Ponte non è un`opera d`arte, ma un`infrastruttura di trasporto. Se si mettono sul tavolo così tante risorse per quest`opera, ma poi si tolgono 17 miliardi alla Salerno-Reggio Calabria, allora è paradossale. Il Ponte doveva essere parte di un progetto più ampio, non un`opera isolata, non avrebbe senso. Noi facemmo un`analisi costi-benefici, affidando lo studio a un comitato di esperti: non sono decisioni da prendere per motivi politici, ma ragionando sull`utilità reale per il Paese».
E com`è andata quell`analisi?
«La commissione nazionale di esperti spiegò che andava rivisto il progetto del governo Berlusconi del 2005, e che andava preferita l`ipotesi a tre campate, meno impattante e più compatibile con le opere del trasporto pubblico locale. Oggi non posso certo dire che sia un progetto trasparente: è mancato un vero dibattito pubblico con le popolazioni locali, e la ripresa in mano di quel vecchio progetto presenta forti criticità, anche sul piano della sicurezza dell`ambiente e dei costi finali».
Lei da ministro cambiò idea: inizialmente era contrario al Ponte, poi favorevole. Perché?
«Il trasporto regionale e alcune opere come Napoli-Bari e la Catania-Palermo erano priorità assolute per me. Ero sempre stato contrario all`idea del Ponte, ma gli esperti, con dati scientifici, dissero
che poteva essere utile, e quindi mi arresi all`evidenza. Oggi però è un errore riprendere un progetto vecchio, affidandosi a un consorzio con penali così alte. Per ora, comunque, parte solo una carta: non un cantiere».
Sulle promesse: Salvini dice che l`opera varrà 120 mila posti di lavoro. Renzi parlò di 100 mila.
«Ogni grande opera porta con sé nuova occupazione, ma i numeri sono sempre aleatori. Mi sembra si stia cercando di spettacolarizzare tutto. Posso capire il gioco politico, ma non lo approvo».
Otto anni per completarlo, sempre secondo Salvini: è realistico?
«Ci sono ancora moltissimi passaggi da compiere. Non sappiamo, per esempio, che esiti avranno le prove di carico e sicurezza sui cavi, né come saranno gestite le oscillazioni. Magari apriranno prima alcuni cantieri collaterali. Un consiglio disinteressato, comunque: meglio non fare annunci».
Rispetto al 2016, il contesto infrastrutturale del Sud è migliorato?
«Sta migliorando, ed era giusto valutare il collegamento stabile. Ricordo che nove anni fa l`aeroporto di Reggio Calabria rischiava la chiusura, e sulla ferrovia jonica non c`era un euro. Però il divario infrastrutturale con altre aree d`Italia resta ancora forte».
Oggi si parla di un costo totale da 14 miliardi. Quando era ministro lei, la stima andava da 4 a 8 miliardi.
«C`era il fantomatico project financing, che abbandonammo perché alla fine i costi sarebbero comunque ricaduti sullo Stato. I costi, oggi, sono destinati a salire quasi inevitabilmente: non
essendoci un progetto esecutivo, tutte le cifre restano delle stime».
Poniamo che il cantiere parta, poi cambia governo e il nuovo esecutivo blocca il progetto. Cosa accadrebbe?
«Non condivido la scelta della penale proprio per questa ragione. Con il governo Monti riuscimmo a liberarci da un ricatto, sciogliendo quella morsa. Ora punto e a capo».
Da ex ministro dei Trasporti: che voto dà all`attuale? «Non sono abituato a tornare sul luogo del delitto… Non do pagelle: gliela daranno gli italiani».


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