Non possiamo ignorare le parole pronunciate da Giorgia Meloni sul Presidente della Repubblica. Non possiamo archiviarle come una battuta, come una formula televisiva, come una concessione alla propaganda della propria parte. Quando la presidente del Consiglio dice che si può «rompere il tabù» di un Presidente della Repubblica «non di centrosinistra», o addirittura «di destra», non sta soltanto intervenendo in una discussione futura. Sta rivelando, con chiarezza, il vero orizzonte politico e istituzionale della destra italiana.
Il punto non è — e non potrebbe mai essere — che una personalità proveniente da una cultura conservatrice sia esclusa, per principio, dalla possibilità di essere eletta al Quirinale. Sarebbe una tesi inaccettabile, oltre che estranea alla nostra idea della democrazia. Il Presidente della Repubblica può naturalmente avere una storia, una sensibilità, un percorso politico e culturale. Ma nel momento in cui viene eletto deve diventare il garante di tutti, non il rappresentante di una parte.
Il problema, dunque, non è il diritto di una cultura politica a concorrere alla scelta del Capo dello Stato. Il problema è, da una parte, che ci si dichiara implicitamente non rappresentati da Sergio Mattarella e, dall’altra, l’idea che il Quirinale possa diventare il coronamento di una vittoria di parte, la casella finale di un disegno maggioritario, il trofeo da conquistare dopo Palazzo Chigi e il Parlamento. Il problema è la trasformazione del Presidente della Repubblica da garante dell’unità nazionale a simbolo identitario di una maggioranza.
Questo è il salto che dobbiamo vedere. E questo è il salto che non possiamo ignorare.
Perché la frase di Meloni illumina tutto il resto: il premierato, la riforma della giustizia, l’autonomia differenziata, la legge elettorale. Non sono capitoli separati. Non sono dossier tecnici. Non sono riforme scollegate. Sono parti di un unico disegno: accentrare il potere, indebolire i contrappesi, piegare le istituzioni di garanzia a una logica di parte, trasformare la rappresentanza in investitura e la democrazia costituzionale in democrazia del capo.
La verità è che la destra non vuole soltanto governare. Vuole cambiare la natura della Repubblica. Vuole vincere le elezioni, certo. Ma vuole anche costruire le condizioni perché quella vittoria produca una torsione permanente degli equilibri costituzionali. Vuole un governo più forte del Parlamento, un Parlamento più debole rispetto al capo, una magistratura più esposta, un Paese più diviso nei diritti, un Presidente della Repubblica meno garante e più compatibile con l’indirizzo politico della maggioranza.
Ecco perché quelle parole sul Quirinale sono gravi. Perché danno un nome al punto di arrivo.
Non possiamo ignorare, allora, gli appelli che in queste settimane sono venuti da una parte significativa del mondo della cultura, dell’università, del diritto, della magistratura, dell’associazionismo democratico. Non possiamo archiviarli come un rumore di fondo, come una preoccupazione di specialisti, come il riflesso di una sensibilità astratta. Sempre più, in questi mesi, costituzionalisti, storici, filosofi, giuristi, magistrati, intellettuali, personalità della società civile hanno fatto sentire la propria voce, contribuendo non poco a un risveglio democratico e a un rinnovato protagonismo delle giovani generazioni.
Tra i firmatari degli appelli di queste settimane ci sono nomi che, per storia e autorevolezza, non possono essere liquidati con sufficienza: Gaetano Azzariti, Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Mauro Volpi, Francesco Pallante, Cesare Pinelli, Nadia Urbinati, Donatella Della Porta, Gherardo Colombo, Armando Spataro, Tomaso Montanari, Sandra Bonsanti, Daniela Padoan, Carlo Trigilia, Michela Marzano, Paolo Corsini, Anna Falcone e molte altre e molti altri. Voci diverse, percorsi diversi, culture diverse, unite però da un punto essenziale: la convinzione che la democrazia costituzionale italiana sia oggi sottoposta a una pressione sistematica.
Quegli appelli dicono due cose molto semplici e molto serie.
La prima: non si può trasformare la legge elettorale in uno strumento di investitura plebiscitaria del capo. Liste bloccate, premio abnorme, indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio, compressione del rapporto tra eletti ed elettori: tutti questi elementi, combinati, non rafforzano la democrazia rappresentativa, ma la svuotano.
La seconda: dopo la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia, non si può rientrare dalla finestra con ciò che gli italiani hanno respinto dalla porta. Quel voto ha bocciato la riforma Nordio-Meloni non solo nei suoi contenuti specifici, ma nella sua ispirazione di fondo: l’idea che si possa manomettere il bilanciamento tra i poteri disegnato dalla Costituzione in nome di una semplificazione autoritaria.
Attenzione: quella vittoria referendaria non è nata nel vuoto. È stata resa possibile, oltre che dall’impegno dei partiti prima in Parlamento e poi tra le persone, anche dal lavoro di quei mondi civili, culturali, giuridici, sociali che hanno attraversato il Paese, costruito comitati, promosso assemblee, parlato con le persone, spiegato che la Costituzione non è un reperto da museo ma un patto vivo. È stato un grande riscatto democratico. E chi oggi ha responsabilità politiche nel campo progressista e democratico deve avere l’umiltà di riconoscerlo: senza quella mobilitazione, senza quella trama diffusa di coscienza costituzionale, non avremmo avuto quella vittoria.
Per questo non possiamo ignorare.
Non possiamo ignorare che dietro la riforma della giustizia, il premierato, l’autonomia differenziata e la nuova legge elettorale c’è un unico disegno. La riforma della giustizia voleva intervenire sull’autonomia e sull’equilibrio della magistratura. Il premierato vuole spostare il baricentro della nostra forma di governo verso l’elezione diretta del capo dell’esecutivo, alterando il parlamentarismo costituzionale. L’autonomia differenziata vuole rompere l’eguaglianza sostanziale dei diritti tra cittadini, rendendo strutturale la distanza tra Nord e Sud, tra aree forti e aree fragili, tra chi nasce in un territorio ricco di servizi e chi nasce dove quei servizi mancano. La legge elettorale, infine, prova a costruire per via ordinaria un premierato di fatto: premio, liste bloccate, nome del capo prima del voto, Parlamento subordinato alla premiership.
È un disegno che non rafforza lo Stato: lo restringe. Non rafforza la partecipazione: la sostituisce con l’acclamazione. Non avvicina i cittadini alle istituzioni: li allontana, se possibile, ancora di più.
Ed è tanto più grave perché tutto questo ha occupato per anni il centro dell’agenda politica mentre il Paese reale chiedeva altro.
Gli italiani chiedono risposte sul carrello della spesa, sui salari, sulla sanità pubblica, sulle liste d’attesa, sulla scuola, sull’università, sul lavoro povero, sulla precarietà, sulla casa, sull’energia, sul costo dei carburanti, sulla pace, sulla sicurezza sociale, sulla solitudine delle famiglie, sulla fatica quotidiana di chi non arriva alla fine del mese. La destra ha scelto invece di dedicare la parte più ambiziosa della propria azione di governo a riforme regolatorie e istituzionali lontane dalla vita concreta delle persone. Non ha cambiato la vita degli italiani; ha provato a cambiare, a proprio favore, le regole del potere.
E qui si colloca il punto decisivo: la Costituzione non è solo la difesa di valori scritti. È anche un programma da attuare sempre, come ha detto con forza Elly Schlein in Parlamento.
Difendere la Costituzione significa impedire che venga deformata. Ma attuarla significa costruire sanità pubblica, scuola aperta, lavoro dignitoso, uguaglianza sostanziale, autonomie responsabili e solidali, pace, giustizia sociale, partecipazione. Significa ricordare che l’articolo 3 non è una formula retorica, ma il compito capitale della Repubblica: rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Significa ricordare che la Repubblica è fondata sul lavoro, non sulla precarietà. Sulla dignità, non sulla guerra tra poveri. Sulla solidarietà, non sull’abbandono.
Per questo la battaglia contro il premierato non può essere separata dalla battaglia per il Paese. Il Partito Democratico ha contrastato e contrasta quella riforma perché altera l’equilibrio tra i poteri, marginalizza il Parlamento, riduce il ruolo del Presidente della Repubblica, personalizza la democrazia, indebolisce il principio della fiducia parlamentare e concentra nelle mani di una sola figura una legittimazione impropria rispetto alla nostra storia costituzionale.
Lo hanno detto, in questi mesi, molte voci del Pd nel dibattito parlamentare. Andrea Giorgis ha colto il punto quando ha affermato: «Dalla primazia del Parlamento si passa alla primazia del governo. La democrazia si riduce alla scelta del capo». Federico Fornaro ha indicato con chiarezza il bersaglio politico della riforma: ridurre gli attuali poteri del Presidente della Repubblica, fino a demolire alle fondamenta la Repubblica parlamentare. Dario Parrini ha spiegato che l’elezione diretta del premier fa saltare l’equilibrio costituzionale oggi esistente tra Capo dello Stato e Presidente del Consiglio e mortifica fortemente sia il Presidente della Repubblica sia il Parlamento. Simona Bonafè ha definito il premierato una violenza alla nostra Costituzione, perché mina l’equilibrio fra i poteri della Repubblica.
Queste e altre sono diverse formulazioni della stessa evidenza politica: siamo di fronte a chi vuole fare un uso plebiscitario del voto popolare contro la rappresentanza. Perché non è la forza della democrazia che viene valorizzata; è la sua complessità che viene demolita.
Ma se tutto questo è vero, c’è un nodo che non possiamo eludere. Riguarda insieme gli appelli degli intellettuali e dei costituzionalisti, la discussione sulla legge elettorale, il ruolo del Presidente della Repubblica e anche il dibattito che si è aperto, dopo il referendum, sulle forme con cui costruire l’alternativa democratica e progressista al governo Meloni.
Dobbiamo chiederci fino in fondo se anche nel nostro campo non si possa produrre, magari senza piena consapevolezza, un cedimento culturale e politico alla logica del premierato. Se, per dirla con una formula, il problema non sia soltanto il premierato in sé, ma il «premierato in me»: l’interiorizzazione di quella stessa cultura politica che abbiamo combattuto e stiamo combattendo.
Questo non significa demonizzare strumenti di partecipazione che hanno avuto e possono avere un valore democratico. Le primarie, quando aprono porte, quando allargano il campo, quando coinvolgono cittadini e cittadine, appartengono alla storia del centrosinistra. Non vanno liquidate con sufficienza.
Ma proprio per questo dobbiamo essere esigenti e chiederci a che cosa servono, in quale cornice si collocano, quale messaggio politico producono. Se diventano l’investitura preventiva di un Presidente del Consiglio prima ancora del voto, se riducono una coalizione plurale a una competizione personalistica, allora rischiano di finire dentro lo stesso schema culturale che contestiamo alla destra.
La questione non è procedurale. È profondamente politica.
Dobbiamo sinceramente interrogarci sulla consonanza tra la contestazione del premierato proposto dalla destra e la costruzione dell’alternativa attorno a un’investitura preventiva del capo. Dobbiamo onestamente chiederci se non rischiamo, senza volerlo, di legittimare sul piano culturale ciò che combattiamo sul piano istituzionale.
Per questo la discussione non può essere: primarie sì o primarie no, come se fosse un derby interno. La discussione vera è un’altra: come costruiamo un’alternativa costituzionale alla destra? Come evitiamo che la nostra risposta al capo sia semplicemente un altro capo? Come facciamo vivere, anche nel modo in cui ci organizziamo, la Costituzione che diciamo di voler difendere?
La risposta, a mio avviso, sta in un ordine diverso delle priorità: prima il patto, poi le persone. Prima il programma, poi le candidature. Prima l’alleanza costituzionale e sociale, poi le figure chiamate a interpretarla. Prima il Paese, poi il posizionamento dei leader.
Attenzione: nemmeno la legge elettorale proposta dalla destra, con l’indicazione obbligatoria e collegata al programma del candidato Presidente del Consiglio, può vincolare il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se questo è l’intento, noi siamo chiamati a combatterlo e rifiutarlo in radice. Se non lo facessimo accetteremmo l’alterazione del senso dell’articolo 92, che attribuisce al Presidente della Repubblica la prerogativa di nominare il Presidente del Consiglio.
D’altra parte, la strada proposta dalla destra non aumenta davvero la stabilità istituzionale. Produce però un messaggio politico e simbolico molto forte: il capo è stato scelto prima, la coalizione si è già data il suo Presidente del Consiglio, il Quirinale dovrà prenderne atto. Ed è proprio questo il punto delicato. È proprio qui che dobbiamo chiederci se basti opporsi al premierato sul terreno delle norme o se non si debba invece, più radicalmente, opporsi alla cultura del premierato.
Le parole di Meloni sul Quirinale rendono questa discussione ancora più urgente.
Perché il prossimo voto politico non deciderà soltanto chi governerà l’Italia. Deciderà anche quale Parlamento eleggerà il prossimo Presidente della Repubblica. E dunque deciderà se al vertice della Repubblica continuerà a esserci una figura di garanzia, capace di rappresentare l’unità nazionale e di custodire gli equilibri costituzionali, oppure se prevarrà l’idea di un Presidente espressione di parte, scelto come approdo politico di una maggioranza.
Negli ultimi trentacinque anni la figura del Presidente della Repubblica è stata più volte decisiva per la tenuta del Paese. Oscar Luigi Scalfaro accompagnò una transizione difficilissima negli anni di Tangentopoli e della crisi della cosiddetta Prima Repubblica, difendendo il ruolo delle istituzioni in una fase di smottamento generale. Carlo Azeglio Ciampi restituì prestigio repubblicano ai simboli comuni, al tricolore, all’inno, all’idea stessa di patria costituzionale. Giorgio Napolitano fu chiamato a gestire passaggi drammatici, comprese crisi in cui l’Italia si è trovata sotto la pressione dei mercati e della sfiducia internazionale. Sergio Mattarella ha difeso le prerogative del Quirinale anche in crisi che hanno riguardato la collocazione europea del Paese; durante la pandemia ha rappresentato una voce di equilibrio, unità e responsabilità; in questi anni ha continuato a richiamare il valore della pace, della coesione, della dignità del lavoro, dell’eguaglianza dei diritti.
Si è trattato e si tratta di personalità apprezzate e amate dal popolo italiano, che hanno garantito, anche nei momenti di massima sfiducia, un rapporto tra cittadini e istituzioni. Personalità diverse, con storie diverse, ma accomunate dall’idea che il Quirinale non sia una bandiera di partito. Non a caso, una certa destra estrema ha sempre vissuto con fastidio questa funzione di garanzia. E non a caso Fratelli d’Italia, nel gennaio 2022, davanti alla rielezione di Sergio Mattarella, scelse di votare Carlo Nordio, mentre Mattarella veniva rieletto con 759 voti, il secondo risultato più alto della storia repubblicana dopo quello di Sandro Pertini.
Questo allora è il punto decisivo che non possiamo rimuovere: il vero obiettivo di una parte significativa dell’attuale maggioranza non è soltanto vincere le prossime elezioni e confermare il governo Meloni. È arrivare all’elezione di un Presidente della Repubblica in discontinuità con Sergio Mattarella. Un Presidente meno custode e più complice. Meno garante e più espressione di parte. Meno argine e più passaggio. Perché se si cambia il Quirinale, se lo si priva della sua funzione di equilibrio, allora l’intero edificio costituzionale diventa più esposto.
Ecco perché serve un’Alleanza costituzionale.
Non un cartello elettorale minimo, non una somma di sigle, non un patto di sopravvivenza. Serve un’alleanza larga tra forze democratiche e progressiste, società civile, amministratori, lavoro, cultura, scuola, università, associazionismo, movimenti, energie territoriali. Un’alleanza fondata su una scelta limpida: difendere e attuare la Costituzione.
Questa alleanza deve crescere attraverso Comitati per la Costituzione capaci di ereditare l’impegno e l’attivismo fecondo dei comitati per il No al referendum. Non strutture di partito mascherate, ma luoghi aperti. Non strumenti elettorali di breve periodo, ma spazi di partecipazione, formazione, mobilitazione democratica. Luoghi in cui discutere di istituzioni e di vita concreta, di rappresentanza e di salari, di Parlamento e di sanità pubblica, di Quirinale e di scuola, di autonomia e di diritti sociali, di pace e di lavoro.
A questa alleanza serve anche un Patto per la Cura dell’Avvenire.
Non uso la parola cura in senso generico o sentimentale. La uso nel senso più alto che la cultura femminista le ha dato. Carol Gilligan ha mostrato che la cura non è una virtù minore, domestica, privata, assegnata alle donne dalla gerarchia patriarcale; è una voce morale e politica che tiene insieme ragione e relazione, responsabilità e interdipendenza. Joan Tronto ha fatto un passo ulteriore: la cura è una categoria democratica, perché una società giusta si misura anche da come distribuisce le responsabilità di cura, da chi se ne fa carico, da chi viene ascoltato, da chi viene lasciato solo.
Per questo parlare di cura dell’avvenire significa rovesciare la logica del potere come dominio. Significa dire che la politica non serve a produrre capi, ma a prendere in carico bisogni, fragilità, possibilità. Significa sanità, istruzione, ambiente, pace, lavoro, diritti, territori, giovani generazioni. Significa non lasciare il futuro nelle mani della paura.
Cura è la parola giusta perché dice responsabilità, prossimità, pazienza, riparazione. Avvenire è la parola giusta perché non indica semplicemente ciò che accadrà domani, ma ciò che decidiamo di rendere possibile.
Questa può essere l’alternativa alla destra. Non un altro verticalismo. Non una versione gentile della democrazia del capo. Non una rincorsa al linguaggio della semplificazione autoritaria. Ma una proposta radicalmente costituzionale: partecipazione contro acclamazione, pluralismo contro comando, rappresentanza contro investitura, garanzia contro occupazione, cura contro dominio.
Le opposizioni non possono ignorare gli appelli che arrivano dalla società civile. Non possono ignorare la mobilitazione che ha portato alla vittoria del No. Non possono ignorare il disegno unitario della destra. Non possono ignorare le priorità materiali delle persone. Non possono ignorare il rischio di interiorizzare, anche nel nostro campo, la cultura del premierato. Non possono ignorare il ruolo vitale del Presidente della Repubblica.
E dopo le parole di Meloni, non possono più ignorare che la prossima battaglia politica sarà anche una battaglia sul Quirinale, che deve assolutamente restare il garante di tutte e tutti.