Appare sempre più chiaro che le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia non sono una stravaganza comunicativa né un residuo folkloristico del trumpismo. Sono l`espressione di una visione del mondo fondata sul ritorno delle sfere di influenza, nella quale le grandi potenze si arrogano il diritto di decidere il destino di territori per loro strategici, relegando la sovranità a una variabile subordinata.
In questo schema, la Groenlandia per Trump non è una comunità politica, ma una pedina: basi militari, rotte artiche, risorse, controllo dei mari resi accessibili dal cambiamento climatico. Un tassello della competizione globale.
La risposta della Danimarca, affidata alle parole nette della premier Mette Frederiksen, è stata chiara: la Groenlandia non è in vendita e il suo futuro spetta ai groenlandesi. Significativa, e politicamente rilevante, è stata anche la subitanea presa di posizione del premier britannico Keir Starmer, che ha scelto di schierarsi apertamente al fianco di Copenaghen, prendendo le distanze dalle pretese di Trump.
Ma in queste ore a colpire è stato il quasi totale silenzio dell`Unione europea: dichiarazioni di circostanza a cui si è aggiunta solo ieri una presa di posizione condivisa ma debole dei cinque Paesi Ue, Italia compresa, oltre a Regno Unito e la stessa Danimarca. Davanti a parole che mettono in discussione la sovranità di uno Stato membro, il principio di autodeterminazione e l`ordine giuridico internazionale, l`Europa ha preferito balbettare. Un balbettio che viene spesso giustificato come prudenza diplomatica, ma che assomiglia sempre più a una rinuncia politica.
L`Unione europea mostra così una contraddizione profonda: condanna le sfere di influenza quando sono russe o cinesi, ma tende a giustificarle e a tollerarle quando sono americane. I principi diventano selettivi, il diritto internazionale flessibile, la credibilità europea fragile.
A questa debolezza strutturale si aggiunge una responsabilità politica precisa: quella dei governi europei a trazione di destra. In diversi Paesi dell`Unione, forze politiche che si proclamano sovraniste e paladine dell`interesse nazionale manifestano, in realtà, una evidente subalternità ideo- logica a Trump. Ne condividono il linguaggio, la visione gerarchica dei rapporti internazionali, l`idea che la forza conti più delle regole.
Questa affinità politica produce effetti concreti: rende più difficile una presa di posizione europea comune, frena ogni reazione che possa apparire come una critica al leader americano, alimenta l`idea che l`Europa debba scegliere tra fedeltà atlantica e dignità politica. È una falsa alternativa, ma è quella che paralizza l`azione dell`UE.
Il paradosso è evidente. Governi che a livello interno rivendicano sovranità e autonomia, sul piano internazionale accettano una logica di subordinazione. Difendono confini e identità dalle `invasioni` di Bruxelles, ma sono incerti quando una grande potenza mette in discussione la sovranità europea. Così facendo, indeboliscono l`Unione dall`interno, minandone la capacità di agire come soggetto politico.
Il caso Groenlandia è sempre più pericoloso. Se passa il principio che una grande potenza può rivendicare territori altrui per ragioni strategiche, allora i confini diventano negoziabili e il diritto internazionale un`opzione. È il mondo delle sfere di influenza, che l`Europa dice di voler contrastare, ma che rischia di legittimare con le proprie ambiguità politiche. Io credo che un`altra strada sia possibile. Dissentire non significa rompere le alleanze, ma renderle più equilibrate. Serve, ed è sempre più urgente, una voce europea, unitaria e autorevole, capace di difendere i propri principi senza timidezze.
Perché la domanda finale non riguarda la Groenlandia, ma riguarda l`Europa. Vuole essere un soggetto politico, capace di parlare con una sola voce e di difendere la sovranità dei suoi Stati membri, giocando un ruolo da player nel contesto internazionale, oppure accetta di ridursi a una zona d`influenza ben educata, attraversata da divisioni interne e subalternità ideologiche?
In un mondo che torna a essere regolato dalla forza e dalle sfere di influenza, un`Europa debole e divisa sarà sempre più un`Europa esposta a qualsiasi infausto epilogo. E la responsabilità di questa debolezza non è astratta: sarà il frutto di scelte politiche precise, compiute oggi, sotto i nostri occhi.


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