«Dev`essere questo il filo conduttore della proposta del centrosinistra. Transizione ecologica, lavoro, crescita, dobbiamo avere il coraggio di cambiare tante cose, anche quelle scomode»
Antonio Misiani, senatore, responsabile Economia e Finanze, Imprese e Infrastrutture nella Segreteria nazionale del Partito Democratico.
Senatore Misiani, leggendo la stampa mainstream viene spontaneo chiederle: il Pd si è trasformato in Pdp, Partito della patrimoniale?
Sono caricature che lasciano il tempo che trovano. Siamo un partito che ha molto a cuore la giustizia sociale, semmai. Il nodo della enorme concentrazione della ricchezza e del crescente impoverimento del ceto medio dovrebbe preoccupare tutti, compresi i giornalisti e gli economisti mainstream: è un tema che attraversa le principali democrazie occidentali e che mina alla radice la coesione sociale. Poi si può discutere sugli strumenti, ed è un dibattito serio che va affrontato senza tabù ma anche senza scorciatoie ideologiche. Per alcuni è necessaria una imposta patrimoniale progressiva, su base nazionale o sovranazionale. Per altri, misure di questo tipo sono poco efficaci per problemi di gestione e di mobilità dei capitali. Per altri ancora è preferibile intervenire a monte, con misure pre-distributive che evitino disuguaglianze eccessive nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. Ne discuteremo con i nostri alleati, e lo faremo nel merito. Per quanto ci riguarda, l`obiettivo davvero cruciale è una maggiore equità sociale e, in particolare, un alleggerimento del carico sui redditi medi e bassi, che in questi anni sono stati massacrati dal fiscal drag e non hanno beneficiato se non in misura minima degli interventi sull`IRPEF. È da lì che bisogna ripartire, restituendo potere d`acquisto a chi lo ha perso.
Ma prevedere una tassazione dei profitti degli extra ricchi non va nella direzione di quel “riformismo radicale” di cui tanto si parla senza mai entrare nel merito?
Per me, riformismo radicale vuol dire non accontentarsi di piccoli aggiustamenti della situazione esistente, ma andare alla radice dei problemi. Parliamoci chiaro: andare avanti con questo modello economico e sociale, così frammentato, che genera in gran parte lavori a bassa produttività e bassi salari e costringe i giovani a emigrare, vuol dire condannare il nostro Paese alla stagnazione economica e ad un inesorabile allargamento dei divari sociali e territoriali. Per fare ripartire l`Italia dobbiamo avere il coraggio di cambiare tante cose, anche quelle scomode. Bisogna rimettere al centro la qualità del lavoro – e non solo la quantità – con il coraggio che serve. Abbiamo bisogno di riformare profondamente il sistema fiscale, che oggi premia la rendita a discapito di chi lavora e di chi si assume il rischio di fare impresa: è un`ingiustizia che pesa sulla competitività dell`intero sistema-Paese. Dobbiamo riorganizzare radicalmente la sanità, il sistema scolastico e universitario e molte politiche di welfare. Non basta dire che servono più soldi: servono visione, programmazione e una classe dirigente all`altezza della sfida.
In una intervista a l`Unità, Beppe Vacca ha sostenuto che l`indicazione di una leadership dovrebbe discendere dalla messa a punto di una visione, di un progetto, di priorità programmatiche. Dal suo osservatorio, quali dovrebbero essere i punti qualificanti, essenziali, di un`agenda del cambiamento?
Ne indico tre, che a mio avviso tengono insieme equità, sostenibilità e sviluppo. Primo: accelerare la transizione energetica per tagliare i costi delle bollette, abbattere le emissioni di CO2 e rendere l`Italia più indipendente dal punto di vista geopolitico. Vuol dire spingere al massimo sull`energia pulita, incentivare l`efficienza energetica delle abitazioni e delle imprese, semplificare e velocizzare gli investimenti su reti e accumuli. È la via maestra per affrontare da subito la crisi energetica e per ridurre la nostra dipendenza strutturale dai combustibili fossili importati. Non a caso, la commissione UE ha subordinato a questo tipo di investimenti la flessibilità che è stata concessa sul Patto interno di stabilità. Secondo punto: il lavoro. Una legge sul salario minimo e per il rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale delle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Un meccanismo di adeguamento semi automatico dei salari all`inflazione, estendendo quanto oggi è previsto in alcuni contratti nazionali come quello dei metalmeccanici. Misure per accelerare il rinnovo dei contratti, troppo spesso bloccati per anni. Una migliore normativa per l`equo compenso per autonomi e professionisti, un mondo che rappresenta una parte molto rilevante degli occupati e vede l`impoverimento di molti tra coloro che lavorano a partita IVA. Terzo tema: la crescita. Dobbiamo essere tutti consapevoli che se l`economia rimane stagnante, l`Italia è destinata a finire su un binario morto, schiacciata dal peso del debito e dal declino demografico. Naturalmente, la crescita a cui dobbiamo puntare deve essere sostenibile dal punto di vista ambientale ed equa sotto il profilo sociale. Difendere e rilanciare la vocazione manifatturiera del Paese è fondamentale, in un progetto di ripresa della produttività e dello sviluppo. Rimettere in moto l`Italia deve essere, insomma, una priorità assoluta per il Pd e il centrosinistra, il filo conduttore di tutta la nostra proposta.
Contenuti e alleanze. C`è chi sostiene che un campo eccessivamente allargato rischia di annacquare i contenuti, alla ricerca di mediazioni al ribasso. Avverte questo pericolo?
Se, come ormai è probabile, la maggioranza cambierà a tappe forzate la legge elettorale, tutte queste discussioni lasceranno il tempo che trovano. Lo dico con franchezza: la posta in gioco per le prossime elezioni politiche è enorme, perché il nuovo Parlamento eleggerà anche il nuovo presidente della Repubblica. Nel 2022 la Meloni ha stravinto perché il campo democratico e progressista era diviso in tre tronconi, e quella divisione l`abbiamo pagata carissima. Non le faremo questo regalo anche la prossima volta. Nel 2027 chi prenderà un voto in più prenderà la maggioranza in Parlamento: è un argomento piuttosto potente, credo, per convincere i puristi a fare meno gli schizzinosi. Questo non vuol dire sottovalutare la necessità di definire un progetto di governo condiviso, nella chiarezza. Tutt`altro: senza un programma serio e credibile non si vince e, soprattutto, non si governa. Sul programma della coalizione dobbiamo accelerare. Ho grande rispetto per i percorsi di discussione di ciascun partito, ma gli elettori del campo largo oggi ci chiedono altro. Vogliono partecipare ad un percorso di discussione largo, dal basso, sentirsi protagonisti e non spettatori. Non solo online, ma anche di persona, nei territori. Abbiamo bisogno di lanciare i comitati per l`alternativa. Magari trovando un nome un po` più accattivante.
Il Medio Oriente in guerra. E la “guerra di Hormuz “sta affossando l`economia europea e, in essa, quella dell`Italia. E il governo?
Il governo mi sembra in evidente difficoltà. La Meloni è stata abbandonata da Trump, ma non ha ancora ritrovato un posto dignitoso in Europa, e questo isolamento rischia di costarci caro proprio in una fase così delicata. Lo abbiamo visto nell`ultimo vertice sull`Ucraina, che si è svolto nel formato E3 senza l`Italia: un`assenza pesante, che fotografa la nostra marginalità. Come italiano mi fa male vedere il nostro Paese tagliato fuori dai processi politici che contano, noi che siamo tra i fondatori dell`Unione e una delle principali economie del continente. Dobbiamo recuperare un ruolo forte e farlo rapidamente, con credibilità e visione. Una iniziativa europea è decisiva sia nello scacchiere russo-ucraino che per il conflitto in Medio Oriente, perché nessun Paese, da solo, ha la forza per incidere su crisi di questa portata. Per quanto riguarda le conseguenze economiche della guerra, il governo naviga a vista, decreto dopo decreto. Hanno speso 2 miliardi in misure tampone, in gran parte indifferenziate. E ora sono a corto di soldi. Hanno tentato di “vendere” la flessibilità europea come la soluzione ai nostri problemi, salvo accorgersi che servirà per finanziare quegli investimenti per la transizione ecologica che da anni contrastano facendo una guerra ideologica al “green deal”. La verità è che hanno perso tempo prezioso e hanno sprecato la grande del PNRR. E ora l`Italia, tra i grandi Paesi europei, è quello più esposto alla crisi energetica.
La maggioranza punta al cambiamento della legge elettorale. Dal Mattarellum al Melonellum. L`opposizione come si sta attrezzando a questo scontro?
Io credo che dobbiamo opporci con grande forza all`approvazione della nuova legge elettorale proposta dalla destra, perché qui è in gioco la qualità stessa della nostra democrazia. Il cosiddetto Melonellum è indecente. Prevede un premio di maggioranza del tutto spropositato, attribuito con un enorme listino bloccato, che altera in modo grave il rapporto tra voti ed eletti. Le preferenze sono totalmente scomparse dai radar e gli eletti verrebbero ancora una volta nominati dai capi partito, sottraendo ai cittadini il diritto di scegliere chi li rappresenta. Noi non possiamo avallare tutto questo, né in Parlamento né nel Paese. Fare muro è quello che ci chiedono i nostri elettori e tutti i cittadini che il 22 e 23 marzo sono andati a votare no avendo a cuore la Costituzione e il futuro della nostra democrazia. È una battaglia di fondamentale importanza, che dobbiamo combattere fino in fondo.