“L’industria definisce buona parte del nostro modello economico e sociale e del peso strategico dell’Italia e dell’Europa. In un mondo in cui persino i dazi annunciati dagli Stati Uniti sono, prima di tutto, politica industriale, chi rinuncia a una propria politica industriale rinuncia a contare. L’Europa rischia di restare il vaso di coccio tra i vasi di ferro, stretta tra Stati Uniti e Cina. Non possiamo limitarci a subire le strategie altrui, né a inseguirle: dobbiamo trovare una nostra strada, autonoma e ambiziosa. Le analisi e le indicazioni di rotta che ci hanno consegnato i rapporti Draghi e Letta sono preziose; il problema è che l’Europa è troppo lenta nel tradurle in decisioni concrete”. Lo ha dichiarato Antonio Misiani, responsabile economico del Pd, intervenendo nel corso dell’iniziativa “L’Europa che vogliamo” organizzata dalla delegazione Pd al Parlamento europeo. “In questo quadro l’Italia è particolarmente fragile. Siamo un grande Paese industriale ed esportatore, eppure la nostra produzione arretra ormai da tre anni consecutivi. Pesano debolezze strutturali, ma anche errori nell’impostazione delle politiche pubbliche: dall’energia agli incentivi per gli investimenti, fino alla gestione del PNRR. Per questo, la definizione di una nuova agenda per le politiche industriali è decisiva. In Europa dobbiamo trovare un punto di equilibrio pragmatico, che impedisca che la decarbonizzazione si trasformi in deindustrializzazione e che ci consenta invece di cogliere le opportunità della green economy. Per questo il Green Deal, così come l’ETS, vanno adeguati al mutato scenario e all’evoluzione tecnologica della manifattura. In Italia, serve un cambio di passo innanzitutto sull’energia. La strada da seguire l’ha indicata, da ultimo, il governatore della Banca d’Italia: rinnovabili, reti ed efficienza energetica. Dobbiamo cambiare la governance delle politiche industriali, mettere in campo strategie di filiera, missioni chiare per le partecipate pubbliche, un uso strategico degli appalti pubblici e un fisco orientato alla crescita. E serve una svolta sulla qualità del lavoro: il modello fondato su bassa produttività, bassi salari e bassa crescita non regge più. Cambiare rotta su salari e produttività è necessario per uscire dalla stagnazione”.


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